Poco più di una settimana fa, il progetto di riforma costituzionale ucraina è passato in prima lettura alla Verchovna Rada. Purtroppo l’evento ha provocato violenti scontri tra le frange nazionaliste – animate principalmente da Svoboda e dal Partito Radicale – con le forze dell’ordine e che si sono risolti lasciando sul campo almeno una vittima e un centinaio di feriti di cui undici in gravi condizioni. Gli scontri – tutto sommato facilmente prevedibili – hanno catalizzato l’attenzione di gran parte dell’informazione nazionale ed internazionale, tralasciando incredibilmente quasi del tutto l’oggetto della discussione parlamentare. Quel che è passato in prima lettura con 265 voti a favore su 368 presenti, è un ampio progetto di riforma in senso federalista dell’architettura istituzionale dello stato ucraino, passo imprescindibile per una risoluzione complessiva della questione del Donbass, una svolta chiaramente prevista dagli accordi di Minsk insieme ad altre misure volte a “raffreddare” la linea di contatto tra esercito e milizie delle Repubbliche Popolari autoproclamate. Ma cosa prevede questa riforma? E, soprattutto, si può considerare come credibile agli occhi dei separatisti filo-russi e della Russia stessa?

Stando alle fonti di Eastonline, la riforma verte principalmente sulla modifica degli artt. 132 e 133 della Costituzione ed ha lo scopo di ridisegnare i livelli inferiori di governo partendo – dal basso verso l’alto – dall’introduzione della Comunità, le cui aggregazioni creerebbero i Distretti i quali a loro volta raggruppati darebbero luogo alle Regioni. Nocciolo fondamentale è che alle autorità locali verranno attribuite maggiori competenze, lasciando al governo nazionale settori chiave quale quello della sicurezza, delle imposte e dell’economia; non da meno la svolta ucraina dovrebbe prevedere una rappresentanza proporzionale all’interno delle istituzioni locali delle etnie ivi residenti, un altro chiaro segnale “autonomista” volto a distendere la tensione con i territori a forte presenza russofona. Fin qui gli aspetti positivi, certamente non trascurabili, sembrano andare nell’auspicata direzione di una pacificazione non violenta e della risoluzione internazionale della controversia; non mancano però le note negative: in particolar modo lo status specifico degli oblast di Donetsk e Lugansk esplicitamente previsto dagli accordi di Minsk, non viene minimamente citato nel progetto di riforma, lasciandolo ad atti legislativi futuribili; questa mancanza risulta assolutamente grave agli occhi sia delle autorità separatiste che temono un tradimento degli accordi e la disillusione di una finta autonomia, sia delle autorità russe: lo stesso ministro degli esteri Lavrov, citato da Sputnik, ha bollato le promesse di autogoverno come “evasive e vaghe” che non entrano nel dettaglio delle regioni del Donbass, facendo inoltre notare come nel disegno di legge sia previsto che alcune delle misure approvate in prima lettura, cesseranno i loro effetti tra alcuni anni, rendendo complessivamente vano ogni sforzo fatto.

A tutto questo va aggiunto, in conclusione, che il disegno di legge necessita di una seconda lettura che preveda una maggioranza di almeno 300 voti. Un iter, quindi, ancora in salita per il processo di pace in Ucraina, con tante sfide da affrontare sia nei confronti della potenza tutrice dei ribellli- una Russia quanto mai attenta alla cura dei propri interessi internazionali – sia dei nazionalisti di casa propria, i quali hanno dimostrato di avere una notevole capacità di destabilizzazione, come già ampiamente dimostrato quando sono serviti da braccio armato e da utili idioti della rivoluzione colorata di Maidan.