Al G7 si è parlato chiaro, o la Russia rientra nei ranghi, o le sanzioni saranno inasprite ulteriormente. La linea dura dettata da Obama durante il vertice dei 7 “grandi” delinea uno scenario sempre più ostile nei confronti del Cremlino, accusato di aver procrastinato le ostilità in Donbass, violando gli accordi di Minsk-2. Il gregge europeo si precipita a sottoscrivere quanto affermato dal presidente americano, sebbene, forse ormai un po’ pentiti del percorso intrapreso, insistono nel corroborare la tesi della via della soluzione diplomatica, pur restando fermi sulle posizioni di condanna. Così la giostra non si interrompe, anzi, il carosello di dispetti reciproci continua, solo che in gioco non c’è un occhio nero o un pugno di caramelle: l’andamento recente e futuro dell’economia europea passa per le stanze della diplomazia, ma gli attori sembrano ciechi, o peggio, impotenti. Il pugno di ferro americano impone all’Europa di insistere nell’auto-imposizione di una campana di vetro che soffoca le imprese del Vecchio Continente. Perché, già, l’infame obbligo di sanzionarsi per indurre l’isolamento economico di Mosca sembra essere strettamente riservato a Bruxelles. Di pochi giorni fa è la notizia riportata dal periodico tedesco “Der Spiegel”, ripresa poi dall’agenzia di stampa governativa russa “RIA Novosti” circa la stipula di nuovi accordi tra l’azienda americana produttrice di elicotteri, “Bell”, con un’impresa specializzata in aviazione civile della regione di Yekaterinburg facente parte del gruppo “Rostec”, compagnia controllata dallo stato russo guidata da Sergey Chemezov, fedelissimo del presidente Putin, circa la delocalizzazione dell’assemblaggio dei velivoli negli Urali. Insomma, se si tratta di circostanze importanti per l’economia a stelle e strisce, si può trovare una scappatoia alla nuova Guerra Fredda – così come ha sostenuto il giornalista tedesco. A partire dallo scorso dicembre, infatti, il volume d’affari tra USA e Russia è aumentato, mentre si sa come il fatturato dei Paesi dell’UE riguardo alle transazioni economiche con Mosca sia vertiginosamente calato.

Sebbene molti Paesi europei, soprattutto le piccole economie, si rivelino scettici circa l’efficacia e l’utilità delle sanzioni economiche, l’Europa preferisce insistere in questa penitenza autoinflitta, contando di raggiungere un risultato deliberatamente inutile, per conto terzi. Come se non bastasse, pare che i vertici di Bruxelles abbiano fretta di concludere gli accordi di libero scambio su commercio ed investimenti con gli Stati Uniti, il famigerato TTIP. Sebbene venga osannato come un accordo volto ad abbattere le barriere non tariffarie e i dazi doganali nell’area di libero scambio commerciale più grande e ricca del mondo, è comprovato come le esternalità negative sul consumo e sul PIL europeo avrebbero degli esiti nefasti, disarticolando il mercato continentale, che cadrà sotto l’egida delle sempre più potenti multinazionali. Ciò agli eurocrati sembra non importare. L’harakiri operato dalla dirigenza comunitaria negli ultimi mesi non trova una spiegazione razionale e ragionevole delle vicissitudini in atto, se non quello di accrescere costantemente la sfiducia e l’astio popolare verso delle istituzioni sempre più lontane dal volgo. La delegittimazione del potere centrale europeo continua, fomentando e ingrossando le frange dissidenti nei confronti di una concezione comune che non si identifica più con i magnificenti propositi iniziali. Osservare la costante decadenza di un progetto ambizioso, ad opera di coloro che con un ottimismo di facciata insistono nel rinnovare la propria convinzione negli atti autolesionisti operati dai guru dell’eurocrazia, fa crollare la bella cornice di buone intenzioni di cui è fatto il nostro lussureggiante continente, lasciandoci uno scarabocchio dai tratti indecisi e sbavati. “E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?”