Sulla Repubblica Popolare Cinese tanto si dice ma poco si conosce. L’enorme e rapido sviluppo che l’ha portata a divenire una potenza e a guidare i BRICS nella transizione a un mondo multipolare non ha lasciato il tempo di comprendere cosa stesse effettivamente accadendo. Troppo spesso si sente dire che la Cina è un Paese capitalista, tra l’altro affiancato spesso da superlativi come iper o ultra, a sottolineare come non abbia nulla da invidiare agli Stati Uniti d’America e anzi ne sia il diretto concorrente per un’egemonia sul resto del mondo.

La data fondamentale è quella del 1979, in cui l’allora Presidente Deng Xiaoping varò la Riforma Economica Cinese e diede vita al Socialismo con caratteristiche cinesi. Il principio di fondo di questa apertura è molto semplice: senza un adeguato sviluppo delle forze produttive il Socialismo serve soltanto a socializzare la miseria. Lo stesso Antonio Gramsci definì il Comunismo di guerra, la prima fase economica della Russia di Lenin, come “la collettivizzazione della miseria”. Ecco allora che Xiaoping decide di aprire al libero mercato, affermando che “pianificazione e forze di mercato non rappresentano l’essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c’è una pianificazione anche nel capitalismo; l’economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell’attività economica.”

Dopo il 1979, la Cina si è aperta all'economia di mercato, oggi il numero degli investitori in borsa è pari al numero dei tesserati al Partito Comunista

Dopo il 1979, la Cina si è aperta all’economia di mercato, oggi il numero degli investitori in borsa è pari al numero dei tesserati al Partito Comunista

Ciò avrebbe inevitabilmente comportato che la borghesia cinese si sarebbe progressivamente riaffermata all’interno della società. Ma questo, al di fuori di ogni mistificazione della rivoluzione culturale di Mao, era una caratteristica insita del Socialismo cinese, che non escludeva la borghesia nazionale dall’economia, anzi ne richiedeva la collaborazione per uscire tutti assieme dalla condizione di povertà. Vi è infatti da fare una netta distinzione tra “esproprio politico” ed “esproprio economico”: negli ultimi anni della presidenza di Mao, e in misura maggiore con Xiaoping, alla borghesia nazionale veniva lasciata sempre più libertà e autonomia, nella misura in cui questa poteva concorrere allo sviluppo del paese e al raggiungimento del benessere della popolazione. Citando l’intervento di Francesco Maringiò al Seminario internazionale “La Cina nel XXI Secolo: Presente e Futuro”, tenutosi al Parlamento Europeo a Bruxelles nel 2013:

“È nel rapporto tra il potere dello stato e quello del capitale che va indagata la natura del carattere capitalistico dello sviluppo economico su basi di mercato: se lo stato non è subordinato all’interesse di classe dei capitalisti, allora l’economia di mercato mantiene un carattere non capitalistico”.

Ciò per buona parte dell’occidente è comunque capitalismo, o iper-capitalismo per dirla come loro. Restando su questa stessa logica si dovrebbe accusare anche Lenin di essere stato capitalista durante gli anni della NEP (Nuova Politica Economica, 1921-29). In realtà il Partito Comunista Cinese ha impartito una lezione fondamentale ai comunisti del resto del mondo: il Socialismo non si costruisce da un giorno all’altro, ma è un processo molto lungo che passa per varie fasi. Inoltre alla Cina viene spesso contestata una sorta di ambiguità in politica estera, che sarebbe in contrasto con ciò che dovrebbe essere la linea di un paese comunista. Nel capitolo “La nuova strada diplomatica” di Diego Angelo Bertozzi (autore anche di “Cina: da sabbia informe a potenza globale”) nel saggio “Marx in Cina: appunti sulla Repubblica Popolare Cinese oggi”, vengono delineati i tre punti fondamentali seguiti da Xiaoping prima e Xi Jinping dopo:

1. progressivo sviluppo multipolare, pur in presenza di tentativi egemonici;
2. pace, cooperazione e sviluppo come tendenza principale del sistema internazionale;
3. necessità della collaborazione internazionale sulla base dei “Cinque principi della coesistenza pacifica”: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, non aggressione, non ingerenza negli affari interni, parità e reciproco vantaggio negli scambi commerciali.

La natura della politica estera cinese è estremamente pragmatica e affaristica, ma non si possono non considerare gli immensi sforzi di questo Paese nella costruzione di un mondo multipolare. Ad esempio in Italia non è passata sotto i riflettori che avrebbe meritato la notizia che il 17 Luglio 2014 i BRICS, a Fortaleza, assestavano un duro colpo al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale costituendo la Banca dei BRICS, composta dalla New Development Bank (Banca per il nuovo sviluppo) e dal Contingent Reserve Arrangement (un fondo di riserva monetario). Il capitale della banca è stato inizialmente costituito da 50 miliardi di dollari (10 versati da ognuno dei BRICS), mentre il fondo monetario da 100 miliardi di dollari (41 versati dalla Cina, 18 dal Brasile, dalla Russia e dall’India, 5 dal SudAfrica).

Una stretta di mano che vale miliardi

Una stretta di mano che vale miliardi

Vladimir Putin commentò così la fondazione della Banca BRICS: “l’istituzione della Banca per lo sviluppo dei Paesi BRICS permette ai suoi soci di essere più indipendenti dalla politica finanziaria dei Paesi occidentali, e fa parte di un sistema di misure che potrebbe aiutare a prevenire le pressioni sui Paesi che non sono d’accordo con alcune decisioni di politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati”. Ciò rimarca quanto quest’alleanza prenda sempre più le pieghe non solo di un’alleanza economica, ma anche politica. Sul comunicato ufficiale si legge che lo scopo di questa Banca è “rafforzare, sulla base di sani principi bancari, la cooperazione tra i Paesi BRICS, integrare gli sforzi delle istituzioni finanziarie multilaterali e regionali per lo sviluppo globale, contribuendo a conseguire l’obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata”. Anche recentemente Evo Morales ha omaggiato e ringraziato Wang Yi, Ministro degli esteri cinese, poiché la presenza della Cina in Bolivia permette al Paese di essere libero dai ricatti degli Stati Uniti. A questo va aggiunto che la Cina porta avanti il summit annuale “Cooperation between China and Central and Eastern European Countries” dove promuove la cooperazione coi Paesi dell’Europa orientale e del Medio Oriente.

È dunque un errore affermare che la Repubblica Popolare Cinese sia un Paese capitalistico, nel senso stretto del termine. Lungi dal paragonarla all’Unione Sovietica o alla Corea del Nord, rimane un Paese che sta costruendo il suo sistema socialista, e lo sta facendo adattandolo alle proprie condizioni, peculiarità e tradizioni, in maniera lenta e controllata per evitare l’inevitabile disfacimento che un’eccessiva povertà e uno scarso sviluppo del benessere collettivo causerebbero. Seppur è indiscutibile che vi siano contraddizioni interne, spesso molto forti (progressiva omologazione, difficoltà nel realizzarsi, presenza di senza casa ecc.) e l’approccio in politica estera segua la linea, spesso eccessivamente di ferro, del pragmatismo e dell’affarismo economico, oggi è la Repubblica Popolare Cinese a trainare il mondo verso il multipolarismo. In ogni caso sta seguendo il proprio cammino, e può permetterselo grazie alla propria sovranità e alla propria economia. Scagliarcisi contro oggi, sempre e comunque, significa di fatto sostenere la conservazione del modello unipolare di mondo e la salvaguardia dell’egemonia statunitense.