Due Stati protagonisti della destabilizzazione del medio oriente, due paesi mai nemici formalmente, mai amici ufficialmente, ma da sempre legati da una ragnatela di interessi che oggi più che mai sembrano legare in un unico filo che da Ankara e Tel Aviv. Il riferimento è a Turchia ed Israele; è il 31 maggio 2010, un periodo quindi nemmeno molto lontano, quando la flotta della ‘Freedom Flottilla’ con a bordo complessivamente più di 600 persone, tra cui 380 turchi, si appresta a consegnare agli stremati abitanti di Gaza importanti aiuti umanitari sfidando quindi il blocco navale imposto dal governo di Tel Aviv. La marina israeliana, poco prima dell’ingresso delle navi della Freedom Flottilla nelle acque antistanti Gaza, lancia avvisi agli equipaggi consigliando loro di approdare nel porto di Ashdod, ma gli attivisti decidono di dirigersi verso il porto della città palestinese e le forze di Tel Aviv irrompono all’interno delle imbarcazioni; nove gli attivisti uccisi, otto dei quali di nazionalità turca. La reazione di Ankara a prima vista sembra dura, sospendendo le relazioni diplomatiche con Israele; da sei anni a questa parte, Turchia e stato ebraico ufficialmente non hanno distesi rapporti e questo da un punto di vista formale non è cosa da poco: ufficialmente sono tre gli stati a maggioranza musulmana a riconoscere Israele e si tratta di Egitto, Giordania e, per l’appunto, Turchia. L’allontanamento di Ankara da Tel Aviv, sembra far presagire una stagione nuova all’interno del contesto mediorientale; ma si sa come, da sei anni a questa parte, questa regione del mondo è radicalmente cambiata ed è scossa da tempeste sociali, politiche e militari ben note agli occhi di tutti e di cui poca traccia è presente nel 2010. Dalla primavera araba alla destabilizzazione della Siria, dal rafforzamento di Al Qaeda alla nascita dell’ISIS, tutti questi elementi sembrano legare i comportamenti di Turchia ed Israele; in pochi ancora oggi credono che realmente questi due governi in questi sei anni abbiano realmente avuto rapporti ostili anche perché a capo dei rispettivi esecutivi non sono cambiati i personaggi protagonisti di quella notte del 31 maggio 2010: Erdogan già allora è in sella ad Ankara (anche se da due anni nella veste di presidente e non di primo ministro), ‘Bibi’ Netanyahu è anch’egli primo ministro quando nelle acque di Gaza si è scatenato l’inferno sulla Flottilla.

In questi anni i due non sono mai stati visti assieme, nemmeno in cerimonie ufficiali, ma diversi elementi fanno presagire che in realtà questa distanza non sia poi così ampia; se è vero che Erdogan dal 2011 ha fatto affluire in Siria migliaia di terroristi, è anche vero che sono diverse le foto che ritraggono Netanyahu negli ospedali del nord di Israele mentre fa visita proprio a quei terroristi (chiamati ribelli) feriti oltreconfine dalle battaglie contro i soldati di Assad. Al centro del percorso tra Ankara e Tel Aviv, c’è proprio Damasco; sia Erdogan che Netanyahu da sei anni lavorano per fare in modo che in quella città si cambino regime e bandiera. Un’unità di intenti, che direttamente o indirettamente ha accomunato ed accomuna Israele e Turchia; i due governi, ad un anno di distanza dall’episodio della Freedom Flottila, ripetono la stessa cosa: Assad ha i giorni contati, il suo regime sta per collassare. Tanti Erdogan, quanto ‘Bibi’, dal 2011 puntano su una rapida fine dello stato siriano, ciascuno per i suoi interessi, ma di fatto l’obiettivo del sultano e dell’uomo forte di Tel Aviv è il medesimo. Se qualcuno nutre ancora dubbi su una diretta o indiretta collaborazione sottobanco tra Turchia ed Israele, ecco che Erdogan e Netanyahu chiariscono le idee adesso al mondo intero: è delle scorse infatti la notizia che Ankara e Tel Aviv annunciano la ripresa delle trattative per il ripristino di normali relazioni diplomatiche. I due governi hanno intenzione di mostrare alla luce del sole le loro intese e non è un caso che tutto avvenga proprio in questo momento; Israele e Turchia, e soprattutto loro due, il sultano e Bibi, sono in panico per via del palese fallimento del loro tentativo di rovesciare Assad. Per il bene loro e dei loro interessi, il teatrino dei ‘rapporti ostili’ tra i due protagonisti della notte della Flottilla evidentemente deve giungere al termine; con l’esercito siriano che avanza, con l’ISIS prossimo alla capitolazione e con l’ombrello russo a proteggere Damasco, per Erdogan e Netanyahu questo scenario è autentico dramma oltre che fallimento di anni di investimenti a favore di terroristi e tagliagole. Israele e Turchia allora, provano a limitare i danni; se oramai è assodato che difficilmente Assad andrà via da Damasco, i due paesi in questi giorni sono impegnati a difendere quantomeno i loro interessi al confine con la Siria. Detto in parole povere, la Turchia prova a non fare installare alcuna entità autonoma curda a nord di Aleppo, mentre Tel Aviv spera di poter creare una zona d’ombra non controllata da Assad al confine con i territori contesi del Golan; sono i fatti a provare questa unità di intenti: non si sa se sia voluta o meno la contemporaneità, ma fatto sta che da giorni la Turchia spinge i ‘suoi’ ribelli a guadagnare terreno nel nord della Siria, mentre guarda caso nelle stesse ore una cellula ‘dormiente’ dell’ISIS nella regione di Daraa, proprio al confine con Israele, adesso è riemersa e guadagna terreno contro l’FSA, minacciando anche il processo di pace in corso tra governo legittimo e ribelli in questa zona.

Per quanto concerne la situazione a nord della Siria, tutto ruota per adesso attorno la zona di A’zaz, la città più importante della regione di Aleppo al confine con la Turchia; questa cittadina è assediata dalle forze curde della Rojava, mentre a meno di 40 km più ad est vi è l’estremo confine occidentale dello Stato Islamico. Da circa cinque giorni, i terroristi di Al Nusra avanzano proprio nella zona controllata dal califfato, conquistando almeno 30 villaggi; è palese come la Turchia abbia mollato le difese dell’ISIS, armando quei gruppi a lei più vicini in modo da evitare un’ulteriore penetrazione dei curdi a nord di Aleppo. Se infatti i curdi prendono A’zaz, avrebbero strada spianata verso le pianure di Al Bab e quindi andrebbero a controllare l’intero confine turco, riunificandosi con i gruppi curdi della provincia di Al Hasakah, gli stessi che in queste ore avanzano verso Raqqa e Deir Ezzor. Un rischio che Erdogan non vuole correre e dopo aver chiesto invano una ‘no fly zone’ a nord di Aleppo, adesso in questa stessa zona sta cercando di rafforzare la sempre ‘fedele’ Al Nusra. A sud della Siria invece, come detto, in contemporanea con l’avanzata dei terroristi ad A’zaz, un ramo dell’ISIS che ha il controllo di un’enclave del califfato posta tra il confine giordano e quello israeliano, ha ripreso incredibilmente l’iniziativa in una zona controllata dal Free Syrian Army, dove tanto la diplomazia quanto le vittorie dell’esercito di Damasco, hanno posto le basi per un ritorno delle forze lealiste dopo quattro anni. Due episodi, che testimoniano che Turchia ed Israele in contemporanea attuano mosse e strategie simili e comuni a nord ed a sud della Siria e che quindi l’annuncio della ripresa di normali relazioni altro non è che la fine di un teatrino che ha nascosto una non tanto silente intesa su come si vuol distruggere e dividere la Siria. Come ultimo atto della messa in scena, Erdogan chiede a Bibi le scuse formali per l’episodio del 31 maggio 2010 e la fine del blocco navale a Gaza per poter ufficialmente tornare ad essere amici; richieste velleitarie, destinate soltanto a dare un’ultima parvenza di attrito in rapporti in realtà solidi e lisci fondati su comuni interessi ed analoghe visioni. Turchia ed Israele quindi, tornano a parlarsi alla luce del sole; verrebbe da dire ‘Occhio a quei due’, se non altro perché il sultano e Bibi sembrano spinti, oltre che dai già citati comuni interessi, anche da una certa medesima paura e da un’ansia che rischia di far diventare ancora più pericolosa quest’alleanza.