La guerra in Libia si farà. Questo è quanto sostiene Joseph Dunford capo degli Stati Maggiori Riuniti americani che, in una recente intervista a margine di un incontro a Parigi, ha affermato con chiarezza che “in Libia servono azioni militari risolute per fermare l’espansionismo dell’ISIS”. Entro la fine di febbraio le truppe di alcuni membri della NATO, tra cui l’Italia, dovrebbero dare il via alle operazioni militari a sostegno del neonato governo di unità nazionale libico. A confermare le voci che arrivano da oltreoceano, c’è l’incontro avvenuto la scorsa settimana a Roma tra i rappresentati di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Italia, per arginare l’avanzata jihadista che minaccia seriamente non solo il Medio Oriente e il Nord Africa, ma anche direttamente l’Europa. Da un anno la Libia è terra di conquista per le milizie dello Stato Islamico, ma gli attacchi delle ultime settimane contro i terminal petroliferi della costa e una recrudescenza della violenza degli uomini in nero, hanno messo l’acceleratore alle operazioni militari. Appena il parlamento di Tobruk darà la fiducia al nuovo esecutivo sponsorizzato dall’ONU, la guerra si farà. Mentre l’amministrazione Obama sembra mantenere un basso profilo, limitandosi al coordinamento dei diversi paesi, l’Italia potrebbe avere un ruolo centrale in un futuro intervento armato in Libia. A confermarlo sono i contatti sempre più frequenti tra i servizi di intelligence italiani e egiziani e il ruolo di primo piano riservato al generale Paolo Serra, senior advisor dell’ inviato ONU per la Libia, Martin Kobler.

Da tempo la Libia è sotto la lente di diversi paesi che, tramite i loro 007, tengono d’occhio la situazione con voli di ricognizione sempre più frequenti e con contatti, più o meno informali, con le diverse tribù libiche, per tastare il terreno in vista di una possibile operazione anti-ISIS. Anche la Russia sarebbe pronta a dare il suo contributo. Secondo fonti arabe, truppe russe sarebbero già in Libia insieme a un centinaio di militari britannici, francesi e statunitensi, che occuperebbero delle basi nella zona di Tobruk e Tripoli, proprio dove si riuniscono le due branche del nuovo governo di unità nazionale. Daesh, dal canto suo, si dichiara pronto allo scontro. I jihadisti di Sirte sono in stato di massima allerta, convinti che un attacco aereo contro le loro postazioni sia ormai imminente. L’intervento militare in Libia, da parte delle truppe occidentali, ha un doppio obiettivo. Da un lato si punta a indebolire la minaccia dell’ISIS, in difficoltà in Siria e Iraq e per questo pronto al cambio di strategia. Il Califfato punterebbe a rinforzare la sua posizione nello stato africano, per trasformarlo in una centrale del terrore, ideale per lanciare attacchi all’Europa e in Africa. Così dimostrano i recenti attacchi in Mali e Burkina Faso.

Inoltre, un intervento armato in Libia, dovrebbe aiutare il neonato governo a rinforzarsi e a diminuire il traffico di esseri umani. Questo nelle intenzioni, ma nella realtà? Difficilmente una soluzione militare così blanda avrà delle serie conseguenze. Indispensabile poi il consenso del governo e delle tribù locali che, dalla caduta di Gheddafi, continuano una lotta senza quartiere per la supremazia. Inoltre, senza il coinvolgimento diretto di vicini come Egitto e Algeria, la normalizzazione è tutt’altro che raggiungibile. Ma chi vuole la guerra? Di certo più gli europei che non gli americani, riluttanti a qualsiasi ruolo da protagonista in Medio Oriente, dopo gli errori strategici compiuti con le Primavere Arabe e con la guerra civile siriana. A spingere per l’intervento sono Germania e Italia, paesi direttamente colpiti dal caos libico e disperatamente in cerca di un ruolo da protagonista in un’Europa in declino.