Sembrano trascorsi secoli da quando Abd al-Aziz bin Saud, padre fondatore del Regno d’Arabia Saudita – forse ignaro del fatto che nella prospettiva dell’Islam tradizionale lo stesso wahhabismo venga considerato come un prodotto del movimento messianico giudaico del sabbatianesimo – non mangiava o toccava arance senza la certezza che non provenissero dalle colonie sioniste della Palestina. E anche il riluttante blocco petrolifero attuato da re Faysal nel 1973 con l’obiettivo di non perdere la faccia di fronte al mondo arabo-islamico, ma allo stesso tempo ben attento a non urtare troppo il protettore nordamericano, sembra un lontano e sbiadito ricordo. Oggi l’Arabia Saudita ha gettato completamente la maschera e si sta mostrando per ciò che è: una costruzione dell’imperialismo occidentale il cui unico scopo è quello di controllare la regione mediorientale attraverso la destabilizzazione di ogni nazione che non assecondi gli istinti predatori del capitale ed il progetto regionale sionista.

Re ʿAbd al-ʿAzīz e Franklin D. Roosevelt sulla USS Quincy

Re ʿAbd al-ʿAzīz e Franklin D. Roosevelt sulla USS Quincy

Il viaggio segreto di Mohammed bin Salman in Israele (compiuto nei primi giorni di settembre secondo quanto riportato da alcuni funzionari israeliani) non solo è la dimostrazione concreta dell’unità di intenti tra due entità politiche che percepiscono la crescente egemonia iraniana nell’area come minaccia esistenziale ma anche il prodotto di un progressivo senso di isolamento regionale nato dal palese fallimento della politica estera che il Regno ha attuato negli ultimi anni.

Paradossalmente, ad oggi, salvo l’appoggio dei suoi epigoni del Golfo Persico e di istituzioni di cui è essa stessa guida e promotrice, l’Arabia Saudita risulta sempre più isolata nel profondamente mutato contesto geopolitico mediorientale. Di fatto, le sue fortune, dopo decenni di infiltrazione wahhabita nel mondo islamico e di appropriazione indebita dell’identità sunnita, sembrano terminate e la casa reale ha iniziato a percepire il fiato sul collo di fronte ad una situazione regionale che negli ultimi periodi ha assunto contorni preoccupanti. E paradossalmente le attuali fortune saudite sono dovute esclusivamente all’incondizionato e per certi versi irrazionale appoggio occidentale più che al suo effettivo (e distruttivo) ruolo nell’area.

Donald Trump e Mohammed bin Salman

Donald Trump e Mohammed bin Salman

Ora, la strategia dell’erede al trono è chiara. Bin Salman sta cercando di serrare i ranghi in modo da preparare uno nuovo conflitto che forse determinerà la sopravvivenza stessa della casa dei Saud. Tuttavia, il suo progetto sta minando le basi stesse sulle quali si fonda la stabilità politica del Regno: il senso di appartenenza clanica e il sistema di alleanze tribali creato dal già citato padre della nazione Abd al-Aziz bin Saud.

La scelta di re Salman di indicare come erede al trono suo figlio rispetto ad un suo fratello (e dunque ancora una volta un figlio Bin Saud) è già stata percepita come un’innovazione divisiva da parte di molti membri della famiglia reale. Non è un caso se uno dei principi arrestati negli ultimi giorni è proprio quel Abdul Aziz bin Fahd (figlio di re Fahd, morto nel 2005) che, al momento della scelta di Salman, aveva espressamente difeso i diritti al trono di Mohammed bin Nayef contro il cugino. E non è un caso se tra gli arresti compaia anche il nome di Al-Waleed bin Talal; membro eretico della famiglia reale con partecipazioni in compagnie come Twitter ed Apple e svariati interessi a New York e nelle principali capitali europee.

Muhammad bin Nayef e Hillary Clinton nel gennaio del 2013

Muhammad bin Nayef e Hillary Clinton nel gennaio del 2013

Bin Talal, proprietario di un vasto impero economico, al contrario della nuova leadership saudita, si è sempre espresso in modo critico nei confronti dell’amministrazione Trump. Dunque, non sorprende neanche il fatto che, tra un cinguettio delirante e l’altro, il presidente statunitense abbia trovato il tempo per approvare il lavoro di Salman e di suo figlio e l’operazione attuata dalla speciale commissione anticorruzione creata solo qualche giorno prima. Ciò che appare evidente è che tramite questa stretta di mano Mohammed bin Salman, già in saldo controllo delle forze armate e della politica estera, è riuscito a porre sotto la sua attenta supervisione anche la politica economica e finanziaria del paese. Tutti i conti bancari e gli asset finanziari collegati al caso di corruzione verranno infatti congelati e successivamente registrati come proprietà dello Stato.

Tuttavia, un’altra notizia eclatante ha contribuito a rinfocolare le tensioni mediorientali: le dimissioni del premier libanese Saad Hariri (espressione degli interessi sauditi nel paese dei cedri) e l’invito da parte dei vertici della monarchia ai cittadini sauditi di lasciare in breve tempo il Libano. Un’azione che con ogni probabilità sarà il preludio di una nuovo conflitto regionale e forse di una nuova operazione/aggressione israeliana contro Hezbollah.

Saad Hariri

Saad Hariri

Hariri, scientemente ignorando il fatto che Hezbollah è un movimento nazionalista, aveva recentemente accusato il Partito sciita di essere uno strumento dell’Iran per mettere le mani sul Libano, esprimendo al contempo il timore di poter condividere le sorti di suo padre, assassinato nel 2005. Il presidente libanese Michel Aoun (cristiano e in ottimi rapporti con Hezbollah) ha fatto tuttavia sapere tramite un preciso comunicato che, stando alle fonti in mano alle forze di sicurezza, nessun attentato è in programma in Libano e che non accetterà le dimissioni di Hariri (che gode anche della cittadinanza saudita) fino al suo rientro nel paese. Infatti, Hariri ha rilasciato le sue dimissioni dall’estero e non a caso da Ryadh.

La famiglia Hariri deve le sue fortune alla compagnia di costruzioni Saudi Oger che sul finire degli anni Settanta, grazie ai cospicui introiti derivanti dall’aumento del prezzo del greggio, trasformò il panorama saudita facendo sorgere dal deserto vere e proprie metropoli moderne. Le fortune della compagnia, tuttavia, sono state enormemente ridimensionate negli ultimi anni. E addirittura la società di proprietà della famiglia Hariri è arrivata ad indebitarsi con le banche saudite per circa 3,5 miliardi di dollari. Ergo, non sembra avere tutti i torti la guida di Hezbollah Hassan Nasrallah quando afferma che le dimissioni di Hariri siano state dettate dai sauditi forzando la sua volontà sulla base di minacce di carattere economico.

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Ryadh, incapace di apprendere qualcosa dai propri errori, non sta facendo altro che ripetere la strategia già fallita nello Yemen quando il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi fuggì nella capitale saudita a seguito della rapida ascesa dei ribelli Houthi dando il via a quella brutale operazione militare delle monarchie del Golfo che sta assumendo sempre di più i contorni del genocidio nella totale indifferenza della comunità internazionale. La paura mortale dell’Iran e del rinvigorito Asse della Resistenza è dunque la ragione principale che porterà l’Arabia Saudita, nazione che (a questo punto si può dire a pieno titolo) usurpa il titolo di guardiano dei Luoghi Santi dell’Islam, a scatenare un nuovo conflitto potenzialmente devastante nel Medio Oriente in piena sintonia con Israele.

Di fronte a questo scenario terrificante e di fronte al fatto che i sauditi siano stati capaci anche di trasformare l’haji in una questione privata, l’unica manifestazione che ancora unisce e che lascia trasparire qualche speranza  per il futuro della regione è il pellegrinaggio di Arbain che ricorre a quaranta giorni dall’Ashura in cui si celebra il ricordo del martirio dell’Imam Hussein. Il pellegrinaggio è infatti un evento dal profondo significato escatologico al quale partecipano ogni anno migliaia di uomini da ogni parte del mondo e di diverse fedi religiose uniti dal sentimento di ammirazione per il sacrificio in nome degli oppressi, della conoscenza e della Verità del nipote del Profeta. Secondo lo scrittore siriano e cristiano Antoiné Barà il sacrificio di Hussein rappresenta infatti la marcia verso la libertà dell’essere umano. E nel suo libro Hussein nel Pensiero Cristiano afferma:

Hussein è la coscienza eterna delle religioni. E la coscienza delle religioni è solo una.