Circa 98 anni ci separano da una data spartiacque della storia: 6 aprile 1917, giorno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. Mille significati si celano dietro l’avvenimento che conferisce una sterzata decisiva alle sorti del primo conflitto mondiale: gli Imperi centrali escono dì li a poco dalla storia e le cartine geografiche vengono ridisegnate a beneficio delle democrazie e del mondo anglosassone. Da qui comincia l’affermarsi inarrestabile degli States come superpotenza globale e protagonista negli affari europei. Il nome centrale da analizzare è senz’altro quello del presidente americano Wodroow Wilson, con il quale «la dottrina Monroe si dissolve nel suo significato concreto per divenire un’idea universalistica» (Giovanni Damiano). Alle spalle del leader democratico (già autore di numerosi interventi militari in America Latina) c’è una tradizione messianica corroborata dall’idea di superiorità rispetto al mondo europeo, dove si decide di intervenire a dispetto di un corposo patrimonio isolazionista, e pensiamo solo al “Farewell Adress” di Lincoln. La specificità dell’ideologia wilsoniana sta nel tentativo di realizzare il duplice compito di portare gli Stati Uniti nell’arena del mondo, mantenendone però intatte purezza e diversità. Da qui l’idea di un «nuovo ordine mondiale di carattere rigenerativo», come descritto dal Professor Andres Stephanson nei suoi studi sull’«eccezionalismo» americano. Wilson descrive il suo paese come «faro del mondo», «nuova Israele» abitata da «i campioni dei diritti dell’umanità, crociati in lotta per una santa causa». E’ inequivocabilmente il Bene contro il Male, il primo passo per quelle che saranno le idee guida di molte amministrazioni, come quella di G.W. Bush.

L’impresa di portare il paese in guerra nasce da lontano. Nel 1915 William Bryan, segretario di Stato dell’amministrazione Wilson e convinto sostenitore della neutralità, si dimette a favore di Robert Lensing, vicino al complesso militare-industriale. I rubinetti delle banche si aprono allora a favore dell’Intesa, tanto che «la guerra in Europa dilatò di quasi cinque volte l’avanzo mercantile degli Stati Uniti», come ha scritto Geminello Alvi. Nel frattempo un uso accorto della propaganda unito a censura e leggi draconiane contro le opposizioni (Espionage Act, Overman Act) ammorbidiscono gradualmente un paese in larga parte neutralista. Fino al controverso casus belli (l’affondamento del “Lusitania”) che spiana la strada all’intervento contro la Germania. Il 5 marzo 1917 l’ambasciatore americano a Londra, Walter Page, aveva scritto: «forse la nostra entrata in guerra è l’unica via per conservare al nostro commercio la sua posizione preminente e per scongiurare la crisi».

Quando il gigante a stelle e strisce scende in campo e decide il conflitto, l’Europa più o meno consapevolmente comincia ad abdicare dal suo ruolo centrale dal punto di vista sia politico che economico. Nel 1918 Wilson “dona al mondo” i cosiddetti 14 punti, mentre viene ridisegnata la mappa del Medio Oriente. Entrambe queste azioni avranno conseguenze che si riverberano fino ai giorni nostri. La penetrazioni commerciale del dollaro diviene incredibile, simboleggiata dai celebri “Piano Dawes” e “Piano Young”. Allo stesso tempo, la mancata adesione alla Società delle Nazioni e la successiva politica della presidenza Hoover saranno altrettante vistose battute d’arresto dell’azione americana in Europa. Ma la strada è tracciata, e sul solco del 6 aprile 1917 si inseriranno Roosevelt e la seconda Guerra Mondiale per sancire la netta sconfitta delle velleità del Vecchio Continente. Nonostante numerosi sconvolgimenti geopolitici, dopo quasi cent’anni ancora non si vede chiaramente all’orizzonte la fine di quel dominio americano simboleggiato dal disprezzo dei teorici neocons quali Robert Kagan e Victoria Nuland e descritto con maestria da Giorgio Locchi.