Il 12 febbraio 2016, al fine di permettere le indagini all’FBI, un giudice federale di Los Angeles ordinò ad Apple, colosso mondiale della tecnologia, di decrittare l’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno dei due killer che lo scorso 2 dicembre assaltarono un centro di assistenza a San Bernardino, uccidendo 14 persone. Tim Cook, amministratore delegato dell’azienda produttrice dei Melafonini, replicò in maniera per molti sconcertante. “La richiesta di forzare il codice criptato creerebbe un ‘precedente pericoloso’. La decisione di ‘opporci a questo ordine’, ha dichiarato l’amministratore delegato di Apple in un comunicato, ‘non è qualcosa che prendiamo alla leggera. Riteniamo di dover far sentire la nostra voce di fronte a ciò che vediamo come un eccesso da parte del governo Usa. (…)Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno. E mentre il governo può sostenere che il suo uso sarebbe limitato a questo caso, non c’è modo di garantire tale controllo’”, comunicava La Repubblica il 17 febbraio. Questo conflitto non è che l’ultimo di una disputa che da tempo vede fronteggiarsi gli esponenti del governo americano, insieme alle forze dell’ordine, contro le aziende produttrici di congegni hi tech nel campo dell’egemonia sulla privacy dei cittadini. Lo stesso Donald Trump rimase interdetto di fronte all’antagonismo di Apple: “Ma chi credono di essere? Devono collaborare con gli inquirenti”, disse alla trasmissione Fox and Friends. Il Ceo di Google, invece, su Twitter ha espresso un commento che lascia trapelare solidarietà nei confronti di Tim Cook, giudicando l’accaduto come “Un precedente preoccupante”. Sono passati 10 giorni dalla presa di posizione del colosso di Cupertino, ma la disputa mediatica continua.

Ieri, 26 febbraio, su La Stampa veniva spiegato il punto di vista dell’amministratore delegato di Apple riguardo alla richiesta del giudice federale: essa “violerebbe il suo diritto alla libertà di espressione e quindi la Costituzione americana, oltre ad essere una forzatura di una legge vecchia di 227 anni (L’All Wrists Act), su cui si basa la richiesta del magistrato, è del glorioso anno 1789”. In questa prospettiva, dunque, i codici e i messaggi criptati di Apple sono descritti come degli atti di pura libertà di espressione dell’azienda tecnologica stessa. Lasciarli nelle mani degli inquirenti risulterebbe un oltraggio anticostituzionale al Primo Emendamento, di cui gli statunitensi vanno tanto fieri da citarlo morbosamente persino nei film. “Accettare questa specifica richiesta spalancherebbe le porte a centinaia di altre, obbligando l’azienda a creare una sorta di dipartimento di hacking al servizio del governo. A cui domani potrebbe essere richiesto di scrivere software per far accendere di nascosto la videocamera o il microfono dell’iPhone di un utente. (…)Sappiamo che ci sono già in coda oltre una decina di richieste simili che riguardano iPhone e iPad nei tribunali americani. La differenza con questa ultima è che l’Fbi ha scelto di non mantenere privata la propria richiesta, ma di andare a uno scontro pubblico, capitalizzando sulla gravità del caso (l’uccisione di 14 persone)”, continua Carola Frediani su La Stampa. La prima udienza sul caso è attesa per il 22 marzo. Con ogni probabilità si tratterà solo del primo round di un lungo match legale e mediatico. L’amministratore delegato Tim Cook si è detto pronto ad andare fino alla Corte Suprema. Si potrebbe riflettere sul logo dei dispositivi multimediali prodotti da Apple: la mela morsicata che da tempo sembra aver contaminato lo status sociale degli abitanti del mondo occidentale. Il frutto rimanda al peccato originale, alla cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden. Secondo i leader dell’azienda di Cupertino siamo, dunque, tutti liberi di uccidere, peccare e assecondare il Male? E’ questo il messaggio che Tim Cook ha voluto trasmettere al mondo anche con la sua risposta irriverente all’FBI?