Non si vuole attendere ad un tentativo di propagandare la figura del presidente russo, lungi dal voler condurre una machiavellica celebrazione del Principe, golpe e lione. La stessa opera dello storico fiorentino può però venirci incontro per giustificare le difficoltà economiche che hanno colpito la Russia a partire dall’ultimo quadrimestre dello scorso anno. Si direbbe che “il fine giustifica i mezzi” per cui, pur di difendere gli interessi nazionali ed internazionali della Russia, Putin è stato disposto a sacrificare parte del benessere della popolazione per salvare l’indipendenza russa sullo scenario internazionale.

Durante la linea diretta con il popolo russo cui il Capo del Cremlino partecipa ogni anno ha sottolineato come questa strategia politica di resistenza e sussistenza abbia prodotto degli esiti promettenti per il prossimo futuro, tanto da ribadire che la morsa di austerity che attanaglia il Paese rilascerà la sua presa entro i prossimi due anni. A riprova di ciò si osserva come il rublo, dopo il crollo verticale dei mesi scorsi, dovuto alla caduta del prezzo del greggio, sia stata la valuta più performante nei primi quattro mesi del 2015, rientrando nei valori precedenti la crisi ucraina. Inoltre, la politica di sanzioni condotte reciprocamente da Occidente e Russia, può costituire un’opportunità per la crescita economica della Russia, storicamente priva di un apparato agricolo e manifatturiero carente. Parallelamente, l’istituzione della Banca Centrale dei BRICS e l’intensificarsi dei rapporti politici, economici e militari con i Paesi orientali limitrofi, fornisce una valida alternativa alle relazioni precedentemente intrattenute con i Paesi europei. Insomma, il conto lo paghiamo noi.

La crisi ucraina e l’incrinarsi dei rapporti con l’Occidente sono evidentemente di minor rilievo nello scenario politico russo attuale. Le crociate di liberazione condotte dall’Occidente contro il soft power russo in Europa orientale sottolineano ancora una volta come siamo sempre noi i nemici di noi stessi. Eloquenti possono essere le parole pronunciate da Putin in questo incontro: “La Russia non vede nessuno come suo nemico, non siamo stati noi a rovinare i rapporti, siamo sempre favorevoli alla normalità delle relazioni con tutti gli Stati sia in  Oriente, che in Occidente. Vogliamo cooperare, siamo pronti a farlo e lo faremo malgrado la posizione di alcuni dirigenti dei singoli Paesi”. Putin, dunque, non riconosce l’Unione Europea e gli Stati Uniti come una minaccia o un nemico, ma non è disposta a sottostare alle politiche di vassallaggio condotte da Washington in lungo e in largo nel mondo.

D’altronde, ci sono condizioni tali per cui la sovranità può venir meno a fronte di interessi comuni vantaggiosi, ma il feudalesimo non rientra tra le pratiche da annoverare in tal senso. Non si può non riconoscere come l’azione di Putin, forse oltremodo audace e rischiosa, non sia stata una chiara manifestazione della sua intelligenza politica e del suo radicato senso di appartenenza alla nazione. Lo stesso Gorbacev, l’illuminato presidente sovietico e ora proprietario del principale periodico di opposizione politica Novaya Gazeta, ha dichiarato che la Russia sarebbe andata in rovina senza Putin. Invece a Ovest del Muro si continua ad additarlo come un tiranno, un monarca assoluto, illusi come siamo di vivere in una società libera e democratica. Noi, vassalli, e non alleati, di un sistema politico ed economico che ci ha resi i nemici di noi stessi e ci ha fatto smarrire l’identità e l’idea di essere attori di rilievo sulla scena internazionale.