Gli strascichi della crisi finanziaria, l’emergere di monete e paesi che ambiscono a sfidare l’egemonia del dollaro, i diversi scenari internazionali dove dominano conflitti, sangue e incertezze: sono numerosi i punti interrogativi che circondano la tenuta dell’egemonia statunitense e dell’ordine liberale. Ma l’american way of life è sfidata anche sul fronte interno, dove stanno emergendo situazioni che simboleggiano i cambiamenti profondi della società a stelle e strisce e del suo modo di pensare. Tra i recenti casi da rilevare bisogna mettere al primo posto il significativo rilancio del mondo sindacale, da lunghissimo tempo dato per morto e storicamente dotato di scarsa incisività. Dopo il trauma della recessione, «la sinistra ha riguadagnato consensi presso l’opinione pubblica, mettendo fine, almeno negli Stati Uniti, all’egemonia ideologica neoliberista» ha scritto il Professor David Bensman. Tematiche spiccatamente sociali stanno trovando spazio nel dibattito culturale, tanto da aver interessato persino personaggi quali Hillary Clinton e parte del Partito Repubblicano. Al centro della scena si affaccia l’idea che la disuguaglianza ostacoli la creazione di una società prospera, concetto sottolineato più volte dai lavori dell’economista Jospeh Stiglitz. E’ in questo contesto che i sindacati hanno messo a segno alcune vittorie importanti, pensiamo alla legge sul diritto del lavoro emanata dal Wisconsin, dall’aumento del salario minimo annunciato dalla catena di supermercati Wal Mart (seguita da altre grandi aziende) fino alla Carta dei diritti per i lavoratori del commercio al dettaglio, approvata dal Consiglio municipale di San Francisco. Sulla stessa scia è stato presentato al Congresso il Family Act, per estendere il diritto a permessi familiari e malattia in quello che è l’unico paese industrializzato in cui ai lavoratori non è riconosciuto nemmeno un giorno di assenza retribuita per emergenze familiari. Il rinnovato protagonismo delle forze sindacali è stato favorito da una strategia di aperture a diverse associazioni, quali «Black Lives Matter» e quelle di stampo ambientalista, dopo anni di oblio e auto – isolamento.

Torna alla mente la Grande Depressione del ’29, un altro momento della storia americana in cui la crisi favorì l’emergere di associazioni sindacali importanti, all’interno del vasto programma di investimenti e regolamentazione del mercato che prese il nome di New Deal. In quel frangente, il presidente Roosevelt e i settori più accorti della politica americana studiarono i casi delle socialdemocrazie europee fino ad interessarsi al fascismo italiano, dove le riforme corporative avevano tentato di dare una risposta alla crisi del modello capitalista. Wolfgang Schivelbusch ha analizzato le numerose analogie tra le riforme del nostro paese e quelle di Washington nel libro «Tre New Deals»: l’entusiasmo e la solidarietà nazionale sembrarono, per un momento, un motore più efficace dell’egoistico interesse personale. Lo slancio riformatore di FDR sarà poi soffocato dalle grandi industrie e dalla Corte Suprema, che già nel 1935 bocciò numerosi provvedimenti statalisti del governo. Solo il secondo conflitto consentirà la piena ripresa economica americana e dal dopoguerra in poi gli spazi sindacali si rivelarono sempre più ristretti. Il progressismo, che coniò il termine «liberalismo corporativo», vide i suoi temi passare in secondo e terzo piano, prima del ritorno di fiamma dei nostri giorni.

Questi recenti segnali descrivono solo una tendenza e le incognite future sono moltissime. Il giornalista Harold Meyerson ha sottolineato il grande paradosso che rappresenta un ostacolo non di poco conto alla crescita delle organizzazioni dei lavoratori: se le loro politiche fanno proseliti, la loro forza e loro numeri non vanno di pari passo. Gli attacchi legali delle grandi aziende e le difficoltà finanziarie, poi, non sono facili da rintuzzare. Ma l’importanza di queste vicende può arrivare fino a noi: mentre la patria del libero mercato (ri)scopre il valore dello stato sociale, in Europa e in Italia i sindacati perdono sempre più potere, schiacciati dalla globalizzazione e dalla loro doppiezza e incompetenza.