L’esercito iracheno sta organizzando l’avanzata verso Mosul per liberare, finalmente, questa splendida città ancora oggi in mano alle bestie dello Stato Islamico. Una volta un meraviglioso centro abitato nella regione nord dell’Iraq, conosciuta anche come Kurdistan iracheno, diventato noto a noi occidentali per le battaglie che la minoranza curda presente nella zona ha combattuto per proteggerlo dall’avanzata dei miliziani di Al-Baghdadi. A differenza di Kobane, avamposto curdo riconquistato eroicamente da questi ultimi, Mosul è ancora in mano ai combattenti di Daesh e, di fatto, rappresenta il loro quartier generale. In questa cornice si è prontamente inserita la Turchia di Erdogan che da mesi ha schierato parte del suo esercito in territorio iracheno, ufficialmente per combattere l’Isis, nella pratica per tenere d’occhio i curdi iracheni, con i quali nonostante tutto il governo turco mantiene rapporti relativamente stabili rispetto a quelli intrattenuti con le altre minoranze curde. Però Erdogan – considerando il progetto di Confederalismo Democratico che i curdi siriani stanno portando avanti e consolidando nella regione nord-est della Siria conosciuta come Rojava – deve tenere d’occhio la minoranza, da sempre nemica dello stato turco. Non sia mai che curdi siriani e iracheni si alleino: considerando la loro presenza in Turchia nella lingua di terra tra il paese di Erdogan e la Siria di Al-Assad, un’eventuale alleanza tra i curdi presenti in Medio Oriente rappresenterebbe una minaccia non indifferente per i principi Kemalisti di quella che ormai sta diventando di fatto una Repubblica Islamica sotto il comando di Erdogan. Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi la scorsa settimana ha ufficialmente chiesto alla Turchia di abbandonare il suolo iracheno. Anche perché si comincia a parlare di numeri elevati, soprattutto se si tiene da conto che Baghdad non ha dato nessuna autorizzazione ad Ankara per entrare nel suo territorio: si parla di più di 2.000 unità terrestri e di due dozzine di carriarmati di istanza intorno a Mosul. Di tutta risposta, questo martedì Recep Tayyp Erdogan ha dichiarato: “Il primo ministro Abadi dovrebbe conoscere i suoi limiti. Non ha alcun potere di dettare ordini all’esercito turco.” Lo stesso giorno ha poi continuato: “Come stiamo portando avanti le nostre missioni al confine con la Siria, continueremo anche con quelle nei pressi di Mosul. Ne va della sicurezza della Turchia. Lo Stato Islamico rappresenta un pericolo per il mio paese e mi viene detto che non posso intervenire? Non ho bisogno del beneplacito di Abadi per agire.”

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La situazione tra Siria ed Iraq

Anche l’Iraq perciò sta vedendo, come la Siria, la propria sovranità calpestata dagli interessi di attori extranazionali. Tornando al Sultano, la vera preoccupazione di Erdogan è la seguente: una volta che l’Isis sarà scacciato da Mosul, il governo sciita di Baghdad potrebbe impedire ai cittadini sunniti di ritornare nelle loro abitazioni nel nord del paese, così che i curdi potrebbero appropriarsi della zona e consolidare la loro ‘sovranità’ intorno a Mosul, come hanno già fatto nel Rojava siriano. Anche perché è quello che è già successo a Kirkuk una volta che lo Stato Islamico è stato spazzato via dalla cittadina. A complicare ulteriormente il quadro, ci si mettono le difficili situazioni interne che Erdogan e Abadi stanno cercando di affrontare. Da una parte il primo ministro iracheno deve mantenere un approccio fermo e risoluto con la Turchia per non scontentare il parlamento, che ha già espresso il suo dissenso per la presenza dell’esercito turco nel loro paese. Dall’altra Erdogan, che dopo il tentato golpe di luglio – che ha portato all’uccisione e all’arresto di una porzione non indifferente del suo esercito (si parla di diverse migliaia di funzionari militari epurati) – deve saldare un nuovo rapporto con le sue milizie armate. Inoltre, essendoci stato un bel ‘ricambio di personale’, i nuovi arrivati non vedono l’ora di dimostrare la loro fedeltà ad Erdogan e di entrare in azione, così da farsi spazio per raggiungere i gradi alti lasciati liberi da coloro che ora stanno o dentro una cella o sottoterra.

Erdogan ha più volte, nelle settimane passate, preso le distanze dall'abbattimento del jet russo in Siria

“Il primo ministro Abadi dovrebbe conoscere i suoi limiti. Non ha alcun potere di dettare ordini all’esercito turco.”

Erdogan in questo momento deve mantenere alto il rispetto nei suoi confronti tra le fila dell’esercito, che ora è sparpagliato e impegnato su diversi, forse troppi fronti: a sud della Turchia per tenere sotto controllo le insurrezioni curde che cercano di approfittarsi del momento di difficoltà turco, nel nord della Siria per arginare i curdi presenti nel Rojava e in Iraq per controllare gli sviluppi intorno a Mosul. Anche Gonul Tol, direttore del Middle East Institute Center for Turkish Studies, ha confermato: “Erdogan vuole ricostruire l’immagine di un esercito forte e totalmente dipendente dal suo comando. Non può quindi permettersi di ritirare le truppe dall’Iraq.” Ma c’è anche un altro motivo che impedisce ad Erdogan di accettare l’invito di Abadi di levare le tende dal suo paese. Attualmente la Turchia addestra milizie sunnite di diverse tribù irachene, nella speranza – come già ha fatto con i peshmerga – di utilizzarle per combattere le milizie sciite sotto il comando iraniano. Lo scontro tra Ankara e Baghdad si è inasprito più di un mese fa, quando il parlamento turco ha votato per prolungare lo schieramento di truppe in Iraq per un altro anno. Il parlamento iracheno ha risposto chiedendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di condannare l’attitudine di Ankara, parlando di una “violazione inaccettabile della sovranità irachena”. Abadi ha insistito dicendo che la presenza turca in Iraq – che ormai va avanti da dicembre 2014, ovvero poco dopo che Mosul cadde nelle mani dell’Isis – non ha alcuna giustificazione.