Mentre il mondo guarda con intrepida attesa al referendum del popolo greco, anche il piccolo Porto Rico sta per dichiarare bancarotta. Il Porto Rico è uno stato che con il referendum del 2012 ha deciso di appartenere agli Stati Uniti d’America, seppur rimanendo un territorio non incorporato. La curiosità è che la costituzione di commonwealth vieta la possibilità di dichiarare default, e d’altra parte nessuna banca (statunitense o internazionale) e nessun fondo di credito vuole più fare prestiti (o meglio, acquistare titoli). Dunque il Porto Rico, stando a quanto detto, dovrebbe cercare di sopravvivere con le casse vuote senza che nessuno le riempa: impresa alquanto improbabile.

Va anche considerato che funziona come uno stato degli USA, dunque vi è un governatore, Alejandro García Padilla, che lo amministra. Proprio questo ha detto al New York Times che “il debito non è pagabile, non ci sono altre opzioni, mi piacerebbe molto averne, ma questa non è politica è matematica.” Nulla di più ovvio: uno stato di neanche 4 milioni di abitanti privo di un minimo di apparato industriale non potrà mai ripagare un debito di 72 miliardi di dollari. Magari qualche portoricano sta rosicando di non aver votato per l’indipendenza tre anni fa, dato che appare ovvio che gli Stati Uniti hanno guadagnato una bella spiaggia e un avamposto nei Caraibi, ma neanche hanno l’interesse di concedergli altri prestiti abbandonandolo a se stesso.

Ora cerchiamo di immaginare che domani le banche e i fondi inizieranno ad acquistare i titoli emessi dal Porto Rico per finanziarsi e questo possa respirare. Un giorno quei titoli scadranno, e il Porto Rico dovrà ripagarli con gli interessi, perché a dargli denaro non è stata la banca nazionale (e nazionalizzata) ma speculatori finanziari, che definirli avvoltoi sarebbe un eufemismo. Come li ripagherà? Semplice: emettendo altri titoli e alzando il proprio debito. Anche quelli scadranno e dovranno ripagarli con gli interessi, così emetteranno altri titoli e continueranno ad indebitarsi sempre di più. Così facendo non avrà sovranità politica, ossia non potrà fare ciò che vuole dato che dovrà eseguire gli ordini di chi gli concede liquidità. Continuerà ad eseguire l’agenda politica dei criminali dei fondi speculativi. Proprio ciò a cui Tsipras si sta opponendo, e proprio ciò che sta succedendo in Italia dal 2011, anno in cui Berlusconi si rifiutò di seguire i dettami di Mario Draghi e fu costretto alle dimissioni per lasciare il posto al maggiordomo Mario Monti.

Il default, accompagnato dalla nazionalizzazione della banca nazionale e dunque dal ripristino della sovranità monetaria, è l’unico modo, anche se drastico, per uscire dal vortice del debito, che non lascerà mai spazi di riforma, di manovra e di sovranità. Sia per la Grecia che per il Porto Rico (che per ogni stato intrappolato nel vortice) è bene augurare il default: non sarà certamente il paradiso, ma l’inferno è questo. Del resto, come diceva Carlo Marx, “meglio una fine con spavento che uno spavento senza fine! È il testamento politico di ogni classe agonizzante”.