Mentre suscita ancora scalpore la nomina dell’ambasciatore Faisal bin Hassad Thad a presidente del Consiglio Onu dei Diritti Umani e sdegno la conferma della condanna a morte per decapitazione del giovanissimo attivista sciita Ali al Nimr, la monarchia saudita ha ben più pressanti grattacapi da risolvere. Non soltanto la Russia ha superato per la seconda volta quest’anno Riyadh nella vendita di greggio verso la Cina, ma l’FMI ha lanciato un pesante ammonimento nei confronti della sostenibilità dell’economia saudita. L’annuncio è una vera e propria doccia fredda: l’Arabia Saudita potrebbe finire le sue riserve valutarie in cinque anni, mantenendo l’attuale modello di sviluppo. E, come lei, anche il Bahrein e l’Oman. Dopo avere accumulato nell’ultima decade centinaia di miliardi, raggiungendo l’invidiabile traguardo del 2 percento di debito pubblico rispetto al Pil; quest’anno – secondo i dati del Fondo Monetario – supererà il 20, anche per il bonus fiscale promesso ai lavoratori dopo l’ascesa al trono del re Salman. Diversi sono i fattori che concorrono a determinare una tale erosione di risorse: il crollo del prezzo del petrolio sotto i 50 dollari e la decisione di non ridurre la produzione per non perdere quote di mercato; i 32 miliardi spesi per festeggiare l’incoronazione del nuovo re, ma anche la costosissima guerra in Yemen e quella “per procura” in Siria. Anche se una crisi del Paese non è imminente, gli analisti suggeriscono di pianificare tagli alla spesa, fare riforme strutturali e privatizzare alcuni settori pubblici. Il governo ha già ritirato 70 miliardi di fondi dal mercato estero per compensare i mancati introiti di quest’anno, rinviando investimenti ed emettendo bond per la prima volta dal 2007.

La scelta politica di non tagliare la produzione di greggio per colpire gli interessi degli Stati “nemici” – in primis Iran e Russia – si sta però rivelando un boomerang. La Cina infatti – che da maggio scorso è diventa a tutti gli effetti la prima importatrice al mondo di petrolio – ha acquistato nel solo mese di settembre 4,04 milioni di tonnellate di oro nero da Mosca. Sebbene a fine anno l’Arabia Saudita finirà davanti alla Federazione per vendite assolute, il messaggio e la tempistica pare chiara. La sempre più palese alleanza sino-russa si manifesta anche attraverso questi scambi: l’aumento del 42% (rispetto lo stesso mese del 2014) di fornitura implica che praticamente sono i cinesi che stanno finanziando l’intervento russo in Siria. Inoltre la fine delle sanzioni contro l’Iran e la conseguente possibilità di esportazione segnano un altro duro colpo per le ambizioni commerciali verso il mercato asiatico. D’altronde mentre la Russia e l’Iran per motivi geografici e storici sono nazioni naturalmente più inclini all’autarchia, l’Arabia Saudita è un importatore netto. Ridurre la spesa pubblica e tagliare i privilegi concessi rischiano d’incrinare l’equilibrio politico della casa regnante, in momento in cui l’alleato statunitense sembra sempre più intenzionato ad abbandonare il “presidio” del Medio Oriente.

Il ritiro della Flotta dal Golfo Persico – per la prima volta nella Storia non c’è una portaerei americana nel quadrante -, il deciso intervento russo a sostegno di Assad e il “Vietnam yemenita” non possono far dormire sogni tranquilli alla dinastia Saud. La competizione per accaparrarsi la fornitura di petrolio alla Cina rischia sempre più di rivelarsi difficile per Riyadh che sconta non soltanto la maggior distanza fisica rispetto i nuovi oleodotti russi, ma anche quella “strategica” trovandosi dall’altra parte della barricata nella sfida est-ovest. Mentre Washington prende le distanze e non si è mai fatta scrupolo di abbandonare i suoi alleati, una volta terminato il loro interesse specifico; l’alleanza russo-cinese prende slancio e si consolida proprio in Medio Oriente. Il brusco risveglio dal sogno dell’imminente caduta di Assad, il lento riemergere dell’Iran e dell’Iraq come esportatori di oro nero e l’incerto sviluppo della guerra in Yemen, compromettono i piani futuri dell’Arabia Saudita. Mai come ora è azzeccato l’adagio della famosa telenovela: anche i ricchi piangono.