L’11 luglio ricorre il ventesimo anniversario del massacro avvenuto nella cittadina di Srebrenica, nella Repubblica Srpska di Bosnia-Erzegovina, che ha visto l’uccisione di 8372 tra uomini e ragazzi bosniaci di etnia musulmana. Ad oggi, solo Ratko Mladic, dopo 16 anni di latitanza, è agli arresti per le responsabilità nella strage, mentre altri sono latitanti o morti in circostanze poco chiare. Recenti sentenze della Corte penale per i crimini di guerra dell’ex-Jugoslavia hanno inserito tra i corresponsabili dei misfatti i caschi blu olandesi di stanzia nella regione all’epoca del massacro, accusati di non essere intervenuti a difesa delle popolazioni sterminate. Eppure questi uomini sono stati prima insigniti dal proprio governo degli onori militari del regno, per poi essere condannati per la loro inerzia nella vicenda. Così, dunque, dopo che la stessa corte ha negato ai sopravvissuti un risarcimento poiché la Serbia non è stata ritenuta oggettivamente responsabile della strage, i cui artefici principali sono stati Mladic e Raznatovic, oggi invece le Nazioni Unite vorrebbero punire lo stato balcanico, classificando tale crimine come genocidio. La bozza di risoluzione proposta dalla Gran Bretagna, però, è stata bloccata dal veto della Russia, oltre alle quattro astensioni di Cina, Nigeria, Venezuela e Angola. La chiave della questione risiede nella sbilanciata parzialità del documento che, secondo la diplomazia russa, condannerebbe soltanto la parte serba, che pure è stata vittima delle violenze perpetrate durante gli anni del conflitto.

È evidente come una risoluzione di questo tipo altro non faccia che ostacolare il processo di pacificazione dell’area, tuttora sotto l’amministrazione dell’ONU, e l’implementazione degli accordi di pace di Dayton, anch’essi al ventesimo compleanno. La cosa più grave, d’altro canto, è proprio la superficialità e la mediocrità con cui tali faccende vengano affrontate. Per anni si è – giustamente – ricordata l’atrocità e l’efferatezza di determinati crimini, per i quali i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Ma in questo modo si compiono due torti paralleli: non riconoscendo un risarcimento ai sopravvissuti, si è di fatto negata una responsabilità oggettiva a carico del governo serbo – evidentemente non direttamente responsabile, così come comprovato-; dall’altro, oggi si vuole caricare un intero popolo parimenti vittima delle atroci nefandezze (tra le quali, non dimentichiamolo, i bombardamenti da parte delle forze NATO), di un fardello ricamato di iniquità e ipocrisia, che altro non fa che allontanare genti da sempre accomunate da radici culturali molto vicine, al di là della professione religiosa.

La realpolitik affronta sempre in maniera diversa situazioni simili tra loro, perché gli interessi che gravano su determinate decisioni pesano molto di più dell’effettivo quantitativo di vite umane e della concreta responsabilità criminale. Non si vuole fare del facile qualunquismo citando invece – uno a caso! – il genocidio armeno a carico dell’Impero Ottomano che la Casa Bianca non approva per le pressioni lobbyste di radice turca, e che le stesse Nazioni Unite giudicano un crimine ma non un genocidio. La geopolitica vale più di un nugolo di vite umane, e fintanto il perbenismo di facciata che ricopre i castelli di carta della politica internazionale reggerà, continueranno ad esistere le ingiustizie di fondo che con ipocrita costernazione insisteremo a compensare con altri torti.