L’attacco al college di Garissa, in Kenya, ha sollevato l’attenzione sull’acuirsi della minaccia dei gruppi islamisti in Africa orientale. La cronica instabilità del quadrante somalo-eritreo, con ovvie ripercussioni su Uganda, Kenya, Mozambico, ha rafforzato i processi di aggregazione dei gruppi islamisti e la coagulazione intorno al jihad armato delle frange nazionaliste e di piccole bande dedite alla pirateria marittima e alla microcriminalità. Questa vasta regione africana rientra ad oggi nell’influenza di AQAO (al-Qa’eda in Africa Orientale) e tra i gruppi più forti, numericamente e militarmente parlando, quello che desta maggiore apprensione è certamente al-Shabaab. Dopo il crollo della Somalia nel 1991 e il fallimento dell’operazione UN Restor Hope, il paese divenne preda dei signori della guerra e la disgregazione politico-istituzionale, oltreché sociale, fu inevitabile. Ne risultò la formazione di “corti islamiche” di quartiere, sopratutto a Mogadiscio, che avevano la funzione di amministrare localmente e socialmente la zona e di dirimere le contese civili tramite l’applicazione della sha’ria. Tramite milizie private telluriche, le corti si occupavano inoltre di mantenere l’ordine pubblico e fronteggiare gli inevitabili contrasti con i potentati locali dei signori della guerra. Per rendere questo sistema il più fluido e coordinato possibile, le varie corti si riunirono nel 2006 in una Unione, chiamata in lingua somala Midowga Maxkamadaha Islaamiga, dall’arabo Ittihād al-mahākim al-islāmiyya, ovvero Unione delle Corti Islamiche.

Con il sostegno della popolazione, l’Unione riuscì a riconquistare Mogadiscio dopo ben 17 anni di anarchia e vuoto istituzionale. L’operato delle corti, nel ristabilire l’ordine pubblico, riaprire il porto e l’aeroporto (chiusi dal 1991), ampliare il mercato di Bakara, portò anche una progressiva estensione della loro influenza in altre zone del paese, fin quasi a Baidoa, sede del governo federale di transizione (GFT), nato nel 2004 dopo la dissoluzione del Governo Nazionale di Transizione. Il progetto di rinnovamento dell’Unione prevedeva inoltre l’introduzione della sha’ria come fonte del diritto ma la secolare tribalità della società somala impedì l’espletamento di tale politica religiosa. Inoltre l’IGAD, l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo creata nel 1986 dai paesi del Corno d’Africa, sosteneva il governo di transizione di Baidoa e dunque la creazione di uno Stato Islamico risultava ostacolata non solo internamente, ma anche dai paesi limitrofi.

Nel dicembre 2006, lo stesso governo di transizione, sostenuto militarmente dall’Etiopia, promosse una azione di contrasto alle corti islamiche di Mogadiscio. In poche settimane e in durissimi scontri casa per casa, il governo riuscì a riprendere il controllo della città e ad ermarginare l’Unione delle Corti Islamiche fino alla loro completa sconfitta militare. E’ in questa congiuntura che, sempre nel 2006, all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, nasce il movimento al-Shabaab. In lingua somala “I Giovani”, il nome deriva dall’arabo al-Shabāb (La Gioventù), ed è stato variamente riconosciuto anche come “Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni” (MRP). Si trattava inizialmente di un gruppo minoritario islamista che riuniva le fasce più giovani delle corti e supportava la creazione di uno Stato puramente islamico; con la sconfitta dell’Unione nel 2006, emerse come struttura autonoma che si rivolgeva a più ampi strati della società evolvendosi e perdendo l’identità giovanile originaria.

I vertici del gruppo, per la maggior parte combattenti e reduci della Battaglia di Mogadiscio contro i signori della guerra, portarono sostanzialmente avanti la lotta dell’Unione delle Corti contro il Governo federale di transizione. L’azione di al-Shabaab si è strutturata successivamente attraverso tre direttrici cardine che sono il rovesciamento del GFT, la creazione di uno Stato islamico somalo governato dalla sha’ria e la cacciata della forza multinazionale di pace africana AMISOM dal paese. Quest’ultimo obiettivo ha comportato un progressivo rafforzamento degli attacchi nei confronti dei paesi limitrofi come Kenya, Etiopia, Mozambico, responsabili della fornitura di truppe e di massicci attacchi ai campi di addestramento del gruppo disseminati in tutto il quadrante del Corno d’Africa. L’evoluzione del gruppo è stata rapida e continua e dal 2009 al 2012, anno dell’integrazione con al-Qa’eda, i suoi successi sono stati numerosi. Il 26 gennaio 2009 i guerriglieri riuscirono infatti a conquistare Baidoa, la sede del GFT, a danno del debole presidente, ed ex alleato ai tempi delle corti islamiche, Sharif Ahmed. Nello stesso anno numerose azioni suicide nelle città di Belet Uen e di Mogadiscio portarono alla morte di numerosi studenti, civili e membri importanti del governo come il Ministro degli Interni Omar Aden.

Il controllo di al-Shabaab sul paese si estese enormente nel biennio 2009-2011 arrivando a comprendere buona parte della fascia meridionale della Somalia. Nelle aree ricomprese, l’organizzazione si impegnò per ridurre le importazioni di cibo a basso costo per far prosperare la produzione locale di grano al fine di spostare l’asse della richezza dalle città alle realtà agricole, dove l’imposizione della legge islamica risultava notevolmente meno problematica rispetto all’esperienza delle corti di Mogadiscio. Nel corso del tempo al-Shabaab mutò inoltre anche il suo rapporto con il fenomeno della pirateria nel golfo di Aden. Inizialmente contrari, le attività dei pirati vennero successivamente tollerate in quanto la leadership del gruppo riteneva che avrebbero potuto incidere negativamente sull’immagine del debole governo di transizione e dunque essere funzionali alla loro causa. Tuttavia, in seguito alla perdita del mercato di Bakara, e alle prese con sempre più improcrastinabili necessità di approvvigionamento finanziario, al-Shabaab ha iniziato a sfruttare il fenomeno della pirateria percependo somme di denaro in contropartita all’utilizzo di territori controllati e garantendo la “cornice di sicurezza” per l’approvvigionamento di armi, materiali e barconi ai pirati.

Oltre all’avvicinamento alla pirateria, i tentativi di espansione del gruppo verso le aree di Somaliland e di Puntland iniziarono a spostare la sua bussola ideologica sempre di più verso le braccia di al-Qa’eda in Yemen provocando altresì contrasti interni tra i rami provenienti dai gruppi nazionalisti e quelli maggiormente radicati nell’ideologia jihadista. A questi contrasti fecero da contraltare le manovre repressive del governo e del Kenya che riuscirono ad indebolire il capillare controllo di al-Shabaab sulla fascia costiera e meridionale della Somalia. Tra il 2011 e il 2012 l’esercito riuscì infatti a riconquistare la città di Afgoi, il villaggio di Laanta Bur con relativo campo di addestramento, la città di Afmadù (essenziale per i suoi collegamenti stradali) e la capitale del gruppo Chisimaio, sotto controllo jihadista dal 2008. Ma è nel 2012 che lo scontro tra al-Shabaab e il GFT per il controllo della Somalia fa un passo in avanti. In febbraio infatti, tramite un filmato caricato in rete del leader Ali Zubeyr “Godane”, l’organizzazione jihadista giura fedeltà ad Ayman al-Zawahiri, capo indiscusso di al-Qa’eda, diventando ufficialmente una costola di Al-Qa’eda in Africa Orientale (AQAO); in agosto il GFT viene sciolto diventando ufficialmente Governo Federale Somalo, senza per questo aver risolto i contrasti tra una idea di policy federativa nazionale e una di federalismo tribale dalle ampie autonomie amministrative periferiche.

Con la perdita di Chisimaio e della regione meridionale dello Jubaland, al-Shabaab iniziò ad orientare la propria azione al consolidamento del suo controllo e all’allargamento delle zone di influenza su Somaliland e Puntland, accentuando nello stesso tempo la minaccia asimmetrica nei confronti di quei paesi limitrofi fortemente impegnati nel contrasto al terrorismo come il Kenya. La strage recente al college di Garissa e al Westgate Mall del 2013 si inscrivono infatti all’interno di questa strategia. Ma la pericolosità di al-Shabaab si è accresciuta non solo in seguito all’adesione ad al-Qa’eda, che ha comportato la nascita di una cellula a vocazione internazionalista (al-Muhajirun), ma anche a causa dei suoi contrasti interni tra l’ala controllata da Godame (fino alla sua morte nel settembre 2014 in una operazione antiterrorismo statunitense) e quella più “nazionalista” di Abu Mansur, legata al leader spirituale Hassan Dahir Aweys. Godame era stato infatti sostituito da Ibrahim al-Afghani, per ordine di al-Qa’eda, come guida del gruppo nel 2010 ma la sua leadership non venne messa in dubbio dalla maggior parte dei guerriglieri e questo portò le due frange in rotta di collisione. In seguito a questi scontri, Aweys si trasferì con una milizia privata nella città di Adado, sotto controllo governativo, ritirandosi dal campo attivo ma mantenendo il controllo ideologico sull’organizzazione. La morte di Godame nel settembre dello scorso anno ha lasciato un vuoto di potere che al-Shabaab sta tentando di colmare a fronte di una strategia di decentralizzazione operativa ma la successione non sembra così scontata. L’unica certezza è che questa frangia di al-Qa’eda non ha alcuna intenzione di abdicare al suo jihad e la sua pericolosità, tanto per la Somalia quanto per l’intero Corno d’Africa, non sembra diminuire affatto.