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amministrazione Trump: i rapporti con la Russia

La questione dei rapporti fra amministrazione Trump e persone vicine al governo russo è senza dubbio il tema che più sta interessando alla stampa e alla magistratura.
Un punto di svolta fondamentale, che sarebbe ottimo ricordare, è il 27 marzo: in quel giorno il New York Times pubblica un articolo in cui sostiene che Jared Kushner, dopo le elezioni presidenziali e prima dell’insediamento di Donald Trump, avrebbe avuto un incontro con l’ambasciatore russo ed il capo di una banca russa oggetto di sanzioni per la sua vicinanza al governo di Mosca. Si tratta della prima volta in cui si parla di un incontro fra un parente di Trump e i russi. C’è poi un ulteriore dettaglio: in quanto consigliere del presidente, ovvero dipendente della Casa Bianca, Kushner ha dovuto compilare un modulo in cui vengono riportati tutti gli incontri con personalità straniere, per poter ricevere l’autorizzazione ad accedere a informazioni riservate congeniali all’esercizio delle sue funzioni. Qualunque dichiarazione non veritiera è considerata un reato e può portare a serie conseguenze, incluso il carcere. Ebbene, Kushner ha omesso di dichiarare proprio questi incontri, tanto che ora se la starebbe rischiando grossa. Di fronte all’evidenza, Kushner ha promesso di ricompilare il modulo quanto prima – promessa poi mantenuta – ed ha inviato un nuovo documento in cui ha citato, oltre a quello appena menzionato, anche un altro incontro con un’avvocatessa russa, datato 8 giugno 2016. Il meeting è stato organizzato da Donald Trump jr, figlio maggiore del presidente: oltre a lui erano presenti anche Kushner e Paul Manfort, quest’ultimo a capo del comitato elettorale di Trump, il quale ha negato assieme ad altri di aver avuto contatti coi russi durante la campagna. Se in un primo momento gli “imputati” hanno tentato di negare l’incontro, questi hanno poi fatto dietrofront rifugiandosi dietro alla scusa che il tema della riunione fosse rimuovere il divieto per le famiglie statunitensi di adottare bambini russi. Secondo le ricostruzioni, tra i protagonisti dell’incontro figurerebbero, oltre a Donald Trump Jr, Paul Manafort e Jared Kushner, anche l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya, descritta come “legale del governo russo”, la quale avrebbe dovuto consegnar loro materiale compromettente su Hillary Clinton “come parte del sostegno del governo russo per Trump”. Presenti inoltre anche Ike Kaveladze, cittadino americano e vicepresidente della società immobiliare del magnate russo Aras Agalarov, padre del cantante pop; Rinat Akhmetshin, lobbista con doppia cittadinanza russa e statunitense e un passato nei servizi segreti sovietici. Successivamente è stato scritto che la Veselnitskaya avrebbe in passato rappresentato in tribunale l’esercito russo. Sappiamo inoltre che Robert Mueller, il procuratore speciale che sta indagando sul caso Russia, starebbe attualmente raccogliendo informazioni su quell’incontro, come hanno riferito i legali di alcune delle persone coinvolte. Di fronte ad una situazione del genere, sarebbe stato raccomandabile denunciare immediatamente il tentativo di stabilire un contatto all’FBI, come fece ad esempio Al Gore quando ricevette, in via anonima, il memorandum in cui era spiegata l’intera strategia elettorale di George W. Bush. Trump jr, invece, ha deciso di organizzare un incontro. Le mail nelle quali è stato organizzato il meeting con la legale Natalia Veselnitskaya sono state scoperte l’11 luglio dal New York Times, il quale ha repentinamente contattato il figlio del presidente per un chiarimento sulla vicenda. Di fronte alle interrogazioni della stampa, Trump jr ha inspiegabilmente condiviso tutto sul suo profilo Twitter: che si tratti di un tentativo di bruciare lo scoop?Sebbene non si sappia con certezza quale sia la fonte di queste notizie, c’è un dato che possiamo considerare certo: queste informazioni sono materiale diffuso da una fonte interna alla casa bianca, dolosamente in grado di spargerle con parsimonia al fine di massimizzare i danni. In tutto questo trambusto, sono proseguite le udienze dei personaggi coinvolti all’interno della vicenda: la testimonianza al senato di Jared Kushner, a porte chiuse, si è conclusa positivamente, dimostrandosi solida e convincente.

amministrazione Trump

A rendere il lavoro difficile, tuttavia, sono le mosse avventate dello stesso Trump, ostinatamente impegnato nella sua lotta di palazzo contro il segretario per il Dipartimento di Giustizia, Jeff Session. Non sono bastate le critiche per essersi ritirato dall’inchiesta sul RussiaGate (atto dovuto in quanto parte in causa nell’inchiesta stessa): questa volta Trump sembrerebbe essere intenzionato a sbarazzarsi del suo primo e principale sostenitore all’interno della destra istituzionale statunitense. Il motivo di questa strategia è semplice: accantonare Session sarebbe, a conti fatti, il modo più semplice per far fuori Robert Muller, il superprocuratore che starebbe indagando sul caso Russia. Secondo le normative statunitensi, infatti, quest’ultimo viene nominato dal segretario del Dipartimento di Giustizia, anche se nel caso specifico fu Rosenstein – il vice di Session – a nominare Muller, essendo Session stesso coinvolto nell’inchiesta. Il piano, perciò, sarebbe sostituire quest’ultimo con un personaggio estraneo alla faccenda, oltre che fedele al presidente e chiedere allo stesso di congedare Muller. Nel mentre, il procuratore speciale finito nel mirino di Trump ha convocato un gran giurì per proseguire la sua indagine sui tre filoni principali dell’inchiesta:

– l’interferenza della Russia nella campagna elettorale statunitense del 2016
– la presunta collaborazione tra i russi e il comitato Trump
– i presunti tentativi di ostacolare la giustizia da parte del presidente Trump

Occorre tenere presente due dettagli fondamentali: la convocazione del gran giurì non segna la fine dell’indagine, bensì l’inizio della fase più densa: Si tratta, infatti, di una giuria composta da persone comuni che ha poteri speciali di indagine. Questa può quindi emettere dei mandati di comparizione per i testimoni e acquisire documenti rilevanti. Tutti possono essere chiamati a testimoniare, compreso il presidente, fatta salva la facoltà di non rispondere; chi testimonia lo fa sotto giuramento e senza avvocato – con la possibilità di uscire dall’aula e consultarsi dopo ogni domanda – rischiando di contraddirsi o peggiorare la propria situazione. Lungi dal confermare la colpevolezza di un imputato, la convocazione del giurì è chiaro segno che i procuratori ritengano possano esserci delle prove di una condotta illegale. Altri dettagli a riguardo: secondo il Washington Post, il comunicato di Trump jr contenente la smentita di rito riguardante l’accusa di essersi accordati per le elezioni, fu dettato dal Presidente sull’Air Force One. Interpellata dai giornalisti, la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee ha detto che Trump non ha «dettato» il comunicato ma si è limitato a «dire la sua e dare dei suggerimenti, come avrebbe fatto qualsiasi padre». In tutto questo il Congresso sta iniziando a proteggersi, senza distinzioni di partito. È notizia fondata che siano state approvate a larghissima maggioranza ulteriori sanzioni contro la Russia, al fine di punirla per l’interferenza nella campagna elettorale, inserendo una norma che stabilisce la necessità del voto del Congresso per rimuovere le sanzioni. Inoltre è stato presentato un disegno di legge volto a impedire l’eventuale licenziamento del procuratore speciale Mueller senza un passaggio congressuale.

Ritratto di Robert Mueller (Washington Post)

Lo stato delle riforme

La “madre di tutte le riforme” dell’amministrazione repubblicana è, come è noto, la riforma sanitaria: al giorno d’oggi i repubblicani controllano il parlamento e la presidenza, ma si sono resi conto che abolire l’Obamacare equivalga a togliere la copertura sanitaria ad una vasta fetta della popolazione, mossa che perfino il GOP considera estremamente rischiosa. Nei mesi precedenti, il tentativo di concretizzare quello che per 7 anni è stato l’autentico totem dell’opposizione repubblicana ad Obama ha visto quattro step principali:
1. I repubblicani hanno scritto una nuova legge alla Camera che, non ricevendo l’appoggio degli stessi deputati conservatori, è stata ritirata prima del voto.
2. I repubblicani hanno scritto una nuova legge approvata alla camera che poi è stata bocciata al Senato.
3. Una nuova legge è stata scritta al Senato e poi anch’essa ritirata prima del voto.
4. È stata adottata una procedura parlamentare straordinaria, approvata grazie al sostegno di John McCain: il Senato, a maggioranza semplice, può decidere di contingentare i tempi e far votare una legge dietro l’altra. È stata bocciata la riforma proposta dai repubblicani; bocciata abolizione Obamacare; bocciata anche, per voto di McCain, una legge diffusa novanta minuti prima del voto, che avrebbe cancellato solo parte dell’Obamacare, nulla di rilevante ma un modo per salvare le apparenze.
Per riassumere, sono stati sufficienti i voti dei repubblicani Collins, Murkowski e McCain per far fallire il progetto. Anziché trattare con questi tre senatori, Trump ha criticato e irriso più volte Mitch McConnell, il senatore repubblicano più influente, a cui hanno espresso solidarietà quindici senatori del suo stesso partito. In seguito Trump ha fatto lo stesso con altri due senatori del suo partito, Jeff Flake e Lindsay Graham, colpevoli di averlo criticato. Un altro senatore Repubblicano, Bob Corker del Tennessee, fortemente conservatore, ha dichiarato che Trump «non ha ancora mostrato di avere la stabilità né la competenza necessaria a capire la nostra nazione e tirare fuori il meglio dalle persone». Dal punto di vista legislativo la Casa Bianca sembra voler accantonare almeno per un po’ la sanità e concentrarsi su due temi capaci di far presa sull’opinione pubblica: le tasse e l’immigrazione. Circa il primo punto, sarebbe in fase avanzata di studio una riforma dal futuro potenzialmente più roseo rispetto alla riforma sanitaria. Per quanto concerne l’immigrazione, invece, un disegno di legge sponsorizzato dalla Casa Bianca punterebbe a ridurre gli ingressi legali negli Stati Uniti del 50 per cento entro i prossimi dieci anni: obiettivo indubbiamente più arduo rispetto al primo.

Il rovesciamento dello staff

Sean Spicer si è dimesso da portavoce della Casa Bianca subito dopo la nomina di Anthony Scaramucci¸ uomo d’affari spesso ospite su Fox News in difesa dell’amministrazione Trump, a capo della comunicazione della Casa Bianca. Lauto finanziatore in passato sia di politici repubblicani che democratici, questi avrebbe ottenuto la stima di Trump a tal punto da ottenere una posizione importante all’interno della Casa Bianca. L’incarico di portavoce sarà assunto a tempo pieno da Sarah Huckabee Sanders, ex vice di Spicer. I giornali americani scrivono che la nomina di Scaramucci sia stata caldeggiata da Ivanka Trump, Jared Kushner e Hope Hicks, oggi capo della “comunicazione strategica” della Casa Bianca; e che fosse invece osteggiata da Reince Priebus, il capo dello staff. Scaramucci e Priebus si conoscono da molti anni e circola voce non abbiano un gran rapporto. Le dimissioni di Spicer sono una notizia importante ma che non cambia lo stato delle cose: sovente al centro delle cronache, ma esclusivamente a causa dell’etichetta d’inadeguabilità appicicatagli addosso da Trump, questi era da tempo estromesso dalle decisioni importanti alla Casa Bianca, tanto che le sue conferenze stampa non venivano più trasmesse in diretta. I cambiamenti interni all’amministrazione Trump non finiscono qui: il 28 luglio, l’ex generale John Kelly, fino a quel momento a capo del dipartimento per la sicurezza nazionale, ha preso il posto di Reince Priebus, capo dello staff dall’inizio del suo mandato e già presidente del Partito Repubblicano. Kelly ha chiesto e ottenuto la rimozione di Scaramucci dal suo incarico, fatto che ha fornito numerosi spunti agli analisti. Fra i commentatori c’è chi sostiene che questo cambiamento indebolisca Ivanka Trump e Kushner, data la rapidità con cui Scaramucci è stato rimosso dal suo incarico; altri dicono che abbiano favorito la nomina di Scaramucci proprio come strumento per far fuori Priebus; altri ancora sostengono che Priebus fosse destinato alla rimozione. In ogni caso, si tratta di un evento che non dovrebbe distogliere dall’unico dato realmente importante: a conti fatti il risultato più rilevante ottenuto fin qui dall’amministrazione Trump, è la nomina del giudice Neil Gorsuch. Nessuna riforma portata a termine, nessun progetto realizzato. Perfino il muro, tanto promesso e idealizzato, è finito nell’oblio. Per quanto riguarda Kelly, qualcuno dovrà sostituirlo come vertice della sicurezza nazionale: gira soprattutto il nome di Rick Perry, che però libererebbe un altro posto all’agenzia dell’ambiente. Si sta parlando anche dell’ipotesi che il generale H.R. McMaster – oggi a capo del consiglio per la sicurezza nazionale e non in ottimi rapporti con Trump – venga mandato a guidare le truppe in Afghanistan, e il suo posto venga preso da Mike Pompeo, oggi capo della CIA. Poi c’è l’uscita di scena di Steve Bannon non ha ancora una spiegazione univoca. La versione ufficiale vuole che sia stata un abbandono deciso di comune accordo con la Casa Bianca, narrazione però fragile dato che riguarderebbe una persona in grado di esercitare un’influenza considerevole su Trump in quanto ex editore del sito Breitbart, nonché artefice della vittoria elettorale del tycoon. Tuttavia, Bannon, isolato da tempo alla Casa Bianca, inefficace al governo e con ancor meno spazio a seguito della recente nomina di John Kelly a capo dello staff, aveva perso il rapporto originario che c’era fra lui e Trump mentre continuava ad essere ostile a Jared Kushner e Ivanka Trump per divergenze ideologiche. Inoltre il 16 agosto, in un’intervista su The American Prospect, rivista di sinistra radicale dalle idee economiche protezioniste, Bannon aveva criticato la minaccia militare di Trump contro la Corea del nord. Attualmente Bannon ha assunto l’incarico di presidente esecutivo di Breitbart e ha partecipato alla sua prima riunione di redazione. È probabile che la sua uscita di scena dalla Casa Bianca provocherà delle reazioni attraverso il portale d’informazione, non tanto sul Presidente, quanto piuttosto sull’establishment da cui è stato silurato.

I momenti più caldi della campagna elettorale vinta, secondo molti, soprattutto grazie al lavoro di Steve Bannon 

Amministrazione Trump: quale strategia?

Archiviato il fallimento sulla riforma sanitaria, la Casa Bianca si concentrerà sulla riforma fiscale: sebbene si tratti di un tema estremamente intricato, è comunque possibile arrivare a un accordo tra i repubblicani. Inoltre, il team che segue la riforma fiscale alla Casa Bianca è molto più preparato di quello che seguiva la sanità: il consulente economico Gary Cohn è un uomo dalla riconosciuta competenza – si vocifera che possa divenire perfino il prossimo capo della Federal Reserve. Idealmente la legge dovrebbe arrivare al Congresso a settembre e l’obiettivo è quello di approvarla entro la fine dell’anno. Per quanto riguarda la questione del muro, si attendono i primi fondi della Casa Bianca all’interno del budget del 2018. A questo proposito, il Congresso ha tempo fino al 30 settembre per approvare una nuova legge di bilancio e per alzare il cosiddetto “tetto del debito” (cioè permettere al governo di vendere altri titoli di Stato per finanziare le proprie attività). È probabile che i repubblicani debbano trovare un compromesso – tagliare radicalmente la spesa con le elezioni di metà mandato che si avvicinano non è facile – e quindi cercheranno insieme alla Casa Bianca qualcosa che possa piacere di più alla base: la risposta potrebbero risiedere in quei dazi doganali di cui si parla parecchio da tempo, diretti in primo luogo contro le aziende straniere che esportano negli Stati Uniti acciaio e prodotti derivati. Dal momento in cui il Congresso riprenderà il proprio lavoro, avrà pochi giorni per trovare un accordo sul budget e alzare il “tetto del debito” – la cifra stabilita per legge oltre la quale il Governo americano non può più vendere titoli di stato per ottenere liquidità e spendere soldi –. Non alzare quel tetto vuol dire andare incontro all’interruzione delle attività del Governo – il cosiddetto “government shutdown” – e alla bancarotta tecnica. È possibile che si trovi un accordo di massima per un’altra proroga, ma è un problema la cui soluzione non potrà essere rinviata all’infinito. Vista la situazione dei repubblicani al Senato, la faccenda si prospetta complessa. Nel frattempo ci si aspetta che la Casa Bianca introduca una serie di dure misure commerciali contro la Cina, cosa che allontanerebbe ulteriormente una soluzione alla crisi con la Corea del Nord, mentre la casa di Paul Manafort – ex capo del comitato elettorale di Trump – è stata perquisita dall’FBI e il procuratore speciale Robert Mueller sta iniziando a convocare i funzionari della Casa Bianca.