di Lorenzo Vita

Ancora una volta gli Stati Uniti assistono all’ennesimo fatto di cronaca nera, nerissima, che colpisce il cuore degli States, i loro college, forse una delle immagini più conosciuta dell’American way of life, di quell’idea di benessere, giovanilismo, goliardia e innovazione, che da sempre affascinano milioni di ragazzi di tutto il mondo, che quei college imparano a conoscerli sin da piccoli, dalle serie televisive ai film adolescenziali. Ecco dunque che l’America viene trafitta nuovamente nel luogo dove i suoi giovani crescono, dove si fortificano, dove il giovane americano assapora il primo senso di libertà e di autonomia dopo la vita familiare. E se il giovane cresce nel college, così nel college sempre più frequentemente rischia di trovare la morte. Ecco perché la strage dell’Oregon non è solo un fatto di cronaca, l’ennesimo che vede un college martoriato dai proiettili di un cittadino qualunque, ma è una manifestazione di tutto ciò che di contraddittorio possiede la cultura americana: la stessa cultura che alleva i suoi figli e che pretende di allevare i figli del mondo, è quella che li lascia morire senza motivo, perché il diritto a possedere un’arma è più importante del diritto a vivere serenamente.

E se il terrorismo è ciò che smuove le coscienze americane, se è il terrorismo internazionale ad essere considerato il più grande pericolo per la società statunitense, sono i dati delle morti a dover far comprendere ai cittadini americani quali sono i reali pericoli per la loro vita quotidiana: dal 2000 al 2011 i morti per arma da fuoco negli Stati Uniti sono stati più di 130mila; nello stesso periodo le vittime del terrorismo internazionale sono state circa tremila e quasi tutte causate dagli attentati alle Torri Gemelle. Il rapporto tra queste due cifre è quindi drammatico e terrificante per una Nazione che intende educare il mondo al proprio stile di vita: per ogni cittadino morto per terrorismo, ce ne sono stati quarantatré uccisi da armi da fuoco. Secondo fonti delle Nazioni Unite, la popolazione americana rappresenta quasi la metà dei possessori privati di armi da fuoco, nonostante non rappresenti nemmeno il cinque per cento della popolazione mondiale. Sono dati scioccanti, che farebbero pensare a una paese incivile, barbarico, selvaggio, e che invece sono i dati della potenza culturale che da decenni egemonizza il pianeta e manifesta continuamente la propria cultura come la più utile al benessere individuale. In molti puntano il dito contro il secondo emendamento della Costituzione, che recita: « A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed. ». Già, il diritto di detenere e portare armi non può essere infranto. Un diritto che nasce dai tempi delle colonie, poi dall’Indipendenza, e da quei padri fondatori che pensarono che in un’epoca di guerre continue, di frontiere mobili, il diritto ad avere un’arma rappresentava una semplice prassi per un Paese nato da una ribellione armata.

Oggi però non si tratta di un semplice retaggio culturale. Oggi le armi rappresentano il fatturato dell’industria delle armi, rappresentano i milioni di iscritti alla National Rifle Association of America, rappresentano i dati del governo secondo cui un americano su tre avrebbe un’arma. Insomma, le armi sono lobby, sono denaro, sono elettori, significano senso di onnipotenza individuale, sono un diritto individuale, sacrosanto per la cultura d’Oltreoceano, e un frutto del mondo coloniale e dei pionieri, in poche parole, le armi sono l’America stessa. È dunque facile comprendere come il dibattito sulle armi in America non è un dibattito sul possesso delle armi private, ma è un dibattito che, se intrapreso, rischia di scardinare un sistema secolare e culturale, di potere e di interessi. L’America ha già deciso: alle armi non rinuncia. Meglio una generazione devastata dalle armi che una società più serena, perché l’America non può rinnegare sé stessa. Del resto, il pericolo per il cittadino medio è sempre quello che proviene dall’esterno, dai nativi oltre la Frontiera al terrorismo internazionale.