Dal contro colpo di stato post “primavera araba”, messo in atto dal generale Al-Sisi ai danni dei “Fratelli Mussulmani” di Muhammad Mursi, in poi, l’Egitto sembra stia finalmente tornando ad assumere un, seppur ambiguo, ruolo geopolitico internazionale. Quest’antico paese oltre ad essere tra i più popolosi dell’area con oltre 90 milioni di abitanti, è uno dei quattro pilastri esterni del Medio Oriente (Turchia a nord, Iran a est, Arabia Saudita a sud, Egitto a ovest) ed oggi più che mai è necessario un Egitto forte ed indipendente per colmare il vuoto lasciato dalla morte di Gheddafi e continuare nei tentativi di affrancare l’intera area dagli avidi tentacoli delle grandi compagnie occidentali e delle petromonarchie della penisola arabica. Non si può certamente parlare di neo-nasserismo, neppure di un erede della volontà di Mu’Ammar Gheddafi, quando si fa riferimento ad Abdalfattah Al-Sisi, poiché, nonostante la importante convergenza di posizioni con Mosca nella crisi in Siria, si dimostra poco deciso nel distaccarsi dai quattrini e dall’ombrello di protezione di Washington e dei suoi alleati del golfo. Ciò risulta oggi evidente dalle posizioni filo-saudite mostrate con riguardo al conflitto in Yemen, dove l’Egitto appoggia la coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro gli sciiti Houthi, mettendo a disposizione le proprie navi per bloccare i rifornimenti marittimi da parte dell’Iran.

Oltretutto il governo del Cairo ha ricevuto più di dieci miliardi di finanziamenti dalle petromonarchie, probabilmente in cambio dell’avallo alle posizioni di guerra saudite, e il rifornimento di 12 aerei F-16, 20 missili Boeing Harpoon e 125 kit per carri armati Abrams da parte degli Stati Uniti. Questi ultimi ancora “donano” 2 miliardi l’anno all’Egitto, al fine di consolidarne la posizione geopoliticamente neutra o filo americana. Quest’ambiguità alla “Turca” di Al Sisi risulta però facilmente comprensibile dato che un netto colpo di coda sarebbe impossibile data la delicata posizione dell’ Egitto, in quanto, causare problemi di transito del canale di Suez alle grandi compagnie petrolifere globali, si rivelerebbe talmente disastroso che porterebbe immediatamente a ritorsioni nei confronti dell’Egitto ancora più gravi di quelle che subì Gheddafi. Scenari infernali insomma. È però innegabile che piuttosto di bruschi cambi di rotta, l’Egitto stia intessendo una rete di relazioni commerciali, politiche, diplomatiche e militari in grado di far oscillare sempre più la bilancia verso l’indipendenza geopolitica che tanto spaventa i paladini del caos. Ne sono un esempio, i numerosi accordi siglati con Putin durante la sua visita di due giorni al Cairo (9 e 10 febbraio), come l’adesione alla Free Trade Zone con l’Unione Eurasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia), l’accordo per creare una zona industriale e commerciale russa vicino al canale di Suez. La collaborazione nella costruzione di reattori nucleari, cosicché si renderà necessario per l’Egitto avere interesse nei vicini giacimenti d’uranio nel Chad, ai danni di chi ora ne dispone, come Francia e USA, o ancora gli accordi per utilizzare le valute nazionali negli scambi bilaterali invece che il dollaro, al fine di ridurre la vulnerabilità alle tendenze dei mercati finanziari internazionali, ed infine l’adesione al sistema di navigazione satellitare russo GLONASS.

Durante “The Africa Aerospace and Defence 2014” in Sud Africa invece fu decisa la fornitura da parte della Russia di 3,5 miliardi di armi insieme all’addestramento e alla cooperazione d’intelligence. I rapporti con la Russia però non si limitano di certo agli ultimi accordi, teniamo a mente che Lukoil produce più del 16% del petrolio egiziano, la Russia possiede partecipazioni in oltre 400 compagnie egizie, la metà del grano necessario al fabbisogno della popolazione proviene dalla Russia, gli scambi commerciali sono aumentati di oltre il 50% dal 2013 al 2014, da 3 miliardi a 4.6 miliardi e della stessa percentuale è aumentato il numero di turisti russi in Egitto rispetto al 2013 con oltre 3 milioni di visitatori nel 2014. Ancora molte grandi opere sono nate dalla collaborazione dei due paesi come la storica costruzione della diga idroelettrica di Assuan, la più grande del Nilo, nata dalla collaborazione con l’Unione Sovietica, l’università russo-egiziana al Cairo e le numerose industrie siderurgiche come “Helwaniron and steel works”, la fabbrica di alluminio a Nag Hamadi. Si capisce che, di fronte ad un tale livello di collaborazione, la pioggia di petrodollari Saudita e Americana, per quanto utile tatticamente, non rappresenta altro che un contentino. Come affermato dallo stesso Putin “La Russia ritiene indispensabile che l’Egitto diventi un centro di potere indipendente nel Medioriente” e ciò è vero oggi più che mai, per sopperire al vuoto lasciato da Gheddafi, per arginare il proliferare dell’estremismo islamico a pochi chilometri dalle nostre coste, già aggredito con forza dall’Egitto in Libia, e si spera in futuro, per contribuire, con altri paesi dell’area, a porre fine allo sfruttamento dei popoli di quelle sventurate terre.