Si chiacchiera tanto sul golpe in Turchia, si spazia tra due estremi, chi considera Erdogan il Lelouche Lamperouge ottomano talmente geniale da auto organizzarsi un fallimentare golpe per arrivare infine al potere assoluto e chi invece vede uno stato parallelo interno alla Turchia, colpevole di tutti i crimini commessi all’ insaputa del puro Erdogan. In realtà, per quanto qualcuno si svisceri nel tentare di far coincidere ore ed eventi per dimostrare che il golpe sia stato orchestrato dal presidente turco, appare impensabile che quest’ ultimo abbia agito in combutta con i suoi storici nemici, tra l’altro per qualche ragione disposti in migliaia a farsi arrestare e torturare, per mettere in atto una farsa. È altrettanto inesatto parlare di uno stato nello stato, in quanto le correnti politiche ed ideologiche in Turchia sono strutturate non solo in parlamento, ma anche negli apparati militari e nei servizi segreti. Potremmo allora parlare di diversi stati nello stato, gulenisti, kemalisti, fedelissimi di Erdogan? In mezzo a queste due posizioni estreme troviamo i deliranti leader europei, i quali prima di schierarsi contro il tentato golpe ne hanno aspettato il fallimento, per poi iniziare attraverso i media di stato una fase di demonizzazione mediatica del nuovo “dittatore” Erdogan.

Era un amico degli Stati Uniti quanto degli europei quando teneva in piedi l’ISIS vendendone, attraverso le società di famiglia, il petrolio in Europa, oppure quando forniva campi di addestramento ed armi ai jihadisti anti-Assad in Siria, insomma quando era complice di atroci crimini contro l’umanità, ne abbiamo scritto parecchio. Oggi però diventa un nemico, il nuovo “pericoloso dittatore”. Da Turchia baluardo della NATO in medioriente, a stato a rischio espulsione. Come è potuto succedere? Da dove deriva un tale repentino cambio di rotta? Da qualche settimana i quotidiani di opposizione legati alla sinistra turca, dal partito VATTAN ai comunisti KP (da subito anti-golpisti), parlavano di una rottura sempre più prossima nei rapporti tra Erdogan e gli USA. Il punto di rottura pare essere stato di natura economica poi diventata geopolitica. Il presidente turco da diversi anni tentava di trovare una fornitura energetica stabile e di trasformare il paese nella principale hub di stoccaggio di gas naturale verso l’Europa. Questi progetti sono stati ostacolati diverse volte a causa delle tensioni tra USA e Russia per il Turkish Stream, e tra Iran ed Qatar per la disputa sulla costruzione alternativamente del gasdotto Qatar-Turchia o di quello Iran-Turchia.

l’Europa, subordinata agli interessi USA e contro i propri interessi ha rinunciato alla costruzione del Turkish Stream, gli Stati Uniti si sono da subito opposti alla pipeline Iran-Turchia, suddivisa poi nei progetti Azerbaigian-Turchia e Iran-Siria, tra l’altro mai realizzata, ed infine sono stati ostacolati dal presidente siriano Assad il quale si è da subito opposto al gasdotto Qatar-Turchia. Erdogan ha provato a risolvere la situazione restando in alleanza con gli Stati Uniti mediante la apparente riappacificazione con Israele, realizzata con l’incontro tra il direttore del ministero degli esteri Israeliano Dore Gold e il sottosegretario agli esteri turco il giorno dopo l’attentato ad Istanbul, il 19 marzo, accordo ufficializzato l’11 aprile. Dopo aver perso l’Egitto come maggior cliente dell’ enorme quantità di gas sottomarino, a causa della partnership italo-egiziana sul giacimento ZHOR1, Israele vorrebbe deviare i suoi flussi di gas verso la Turchia. Evidentemente però le richieste dello stato ebraico sono state eccessive per Erdogan, poco disposto a far passare nelle piattaforme israeliane i rifornimenti per Gaza, ed ancor meno disposto a riconoscere l’indipendenza ai Curdi.

A questo punto Erdogan ha riconsiderato le sue mosse, tentando di virare verso Mosca, il più stabile partner energetico, portando delle scuse eccessivamente ritardatarie per l’abbattimento dell’aereo russo, e rinunciando alla cooperazione con tutte quelle forze, ISIS compreso, che in Siria puntano a rovesciare Assad. Il presidente siriano chiaramente ha dichiarato l’impossibilità di scendere a compromessi con la Erdogan, carnefice e complice di crimini contro l’umanità in Siria. In ogni caso questo ultimo punto è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso portando gli Stati Uniti a mettere in atto il fallimentare golpe. Sul fatto che gli Stati Uniti siano stati complici nell’ organizzazione del golpe ci sono pochi dubbi, infatti soltanto la parte gulenista dell’ esercito, della marina e dell’ aviazione ha partecipato al tentato golpe, l’alto comando generale dell’ esercito, kemalista, non ha partecipato, lo ha piuttosto fermato. Oltretutto è stato ampiamente dimostrato che gli F16 golpisti si sono riforniti nella base NATO di Incirlik dove risiedono le truppe USA. I piloti dei bombardieri insieme a tutti gli altri militari golpisti facevano parte della corrente di Gulen, personaggio vicinissimo agli ambienti neocon americani, tra l’altro come riportato dal giornalista Chuk Ross, dalle E-mail hackerate di Hillary Clinton si evince che il miliardario turco, residente in America, negli ultimi mesi è stato in diretto contatto con la candidata presidente USA. Le conseguenze sono che la Turchia chiude la storica base NATO di Incirlik, chiude il suo spazio aereo, ritira la sua collaborazione con i terroristi anti-assad, ritira i jihadisti dal Caucaso, ritira i suoi aiuti all’ Ucraina anti-Russa, tenta in maniera disperata e con poche possibilità di successo visti i suoi precedenti di ripristinare la partnership commerciale con Russia, Cina e Iran, riavvicinandosi cosi alla corrente interna kemalista.

Erdogan sarà tanto più debole internazionalmente quanto più forte internamente grazie alle migliaia di epurazioni ai danni di qualsiasi oppositore, da magistrati ad intellettuali, da giornalisti a rettori universitari. L’ amministrazione Obama, dopo la Brexit, subisce l’ennesima sconfitta, con Washington che minaccia di espellere la Turchia dalla NATO spaventata dalla possibilità che quest’ultima tenga in ostaggio le 80 bombe nucleari o che ancora peggio usi come merce di scambio i codici missilistici e le posizioni strategiche dell’ alleanza atlantica. Anche Ryad è terrorizzata dal fatto che con un Erdogan molto più forte di prima la Turchia possa diventare la capitale del sunnismo moderato, affondando un altro duro colpo al wahabismo saudita. L’Europa, stupida e miope, quando Erdogan era un alleato del jihadismo lo voleva dentro, oggi invece sta ancora una volta perdendo l’opportunità di trovare l’indipendenza geopolitica, di riaprire i progetti del Turkish Stream, di alzare la testa e per una volta mettere i propri interessi d’avanti a quelli dell’ alleato d’oltreoceano. Noi non vogliamo la Turchia in Europa, noi vogliamo il Turkish Stream, un gasdotto che porti il gas russo nel mediterraneo.