E’ un’equazione matematica certificata dai fatti: più Daesh subisce perdite umane e territoriali più esporta la guerra fuori dai suoi confini. Gli attentati che hanno colpito Bruxelles, preceduti da quelli di Parigi, Beirut e Damasco, dimostrano come il sedicente Stato Islamico stia arretrando ovunque. In un anno questo ha perso un terzo dell’area che controllava in Siria e Iraq, centinaia di miliziani stanno disertando a Raqqa e a Mosul, ed infine i raid russi hanno disintegrato le sue infrastrutture e la sua capacità di importare armi e beni di consumo. Ecco che attaccare l’Europa con operazioni kamikaze organizzate quanto sanguinose diventa uno strumento di comunicazione efficace per mascherare la progressiva sconfitta ed offrire al grande pubblico globale uno storytelling sproporzionato alla sua forza reale.

L’ennesimo segnale è arrivato dalla Siria, di preciso nei pressi di Palmira, dove è in corso una guerra contro il Califfato armi in pugno e non gessetti alla mano. L’antica città patrimonio dell’umanità conquistata dai jihadisti a maggio del 2015 dopo una battaglia durata due settimane potrebbe di fatto essere liberata in pochi mesi. Ieri l’esercito siriano supportato dall’unità di volontari “Falchi del deserto”, dalla milizia sciita libanese Hezbollah e dall’aviazione russa, ha completamente preso il controllo delle alture di Haya (a 4 km dal centro di Palmira) uccidendo 70 combattenti di Daesh e riuscendo a conquistare un importante snodo strategico sulla strada che collega la città a Damasco e Deir ez Zor. L’avanzata era cominciata nel mese di luglio, poi è stata rilanciata il 7 marzo di quest’anno. Ora l’operazione potrebbe essere portata a termine in fretta per varie ragioni. Vincere vorrebbe dire strappare al Califfato una città divenuta importante sul piano economico, strategico e simbolico. Palmira è innanzitutto uno dei centri nevralgici del commercio di opere d’arte e reperti archeologici. Inoltre conquistare la città, forte nell’immaginario collettivo, al pari di Ninive in Iraq, vorrebbe dire per il governo di Damasco accrescere il suo consenso in vista delle elezioni legislative che si terranno ad aprile di quest’anno.

Anche Mosca incasserebbe una visibilità importante ai tavoli diplomatici in corso a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Pur avendo annunciato la ritirata dei suoi contingenti, il Cremlino sta in realtà proseguendo le operazioni aeree come ha affermato recentemente il capo della Direzione generale dello Stato Maggiore delle forze armate russe, Sergej Rudskoj. Cambiano solo i mezzi e le quantità ma gli obiettivi rimangono gli stessi. Con l’arrivo della stagione delle piogge e delle tempeste di sabbia, gran parte degli attacchi aerei verrà effettuato non con l’impiego di aerei a reazione, ma di elicotteri da combattimento che rappresentano un efficiente macchinario per il sostegno ravvicinato dell’offensiva delle truppe terrestri. Mentre se prima dell’ufficializzazione del ritiro parziale contro i circa 70 effettuati prima del ritiro parziale ora i raid sono diventati 20-25 al giorno i quali si stanno concentrando proprio su Palmira, città che se liberata aprirebbe una via diretta verso Raqqa, capitale del sedicente Stato Islamico. E il primo che arriva nel cuore del Califfato vince la guerra al Terrore.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale