Gli attentati di Bruxelles hanno risvegliato il dibattito sulla compatibilità di Islam ed Europa. Un dibattito piuttosto a senso unico, dove la religione di Maometto viene spesso indicata come il male, la base ideologica del terrorismo jihadista. Una lettura parziale ed errata, che viene smentita dalla liberazione dalle grinfie dell’Isis di Palmira, in Siria, da parte dell’esercito arabo siriano composto da 20enni e 30enni di religione musulmana. Quest’analisi tutta occidentale, basata sull’ignoranza dei commentatori in merito al mondo islamico è doppiamente pericolosa. Da un lato perchè, isolandoli e additandoli, rischia di spingere le giovani generazioni di musulmani nati in Europa e in Occidente a cedere ai predicatori più radicali, dall’altro perchè non consente all’opinione pubblica e alla politica di circoscrivere con precisione le cause e gli ambienti da cui traggono origine i movimenti estremisti.

Un dibattito cui raramente assistiamo nei salotti televisivi, ma che invece è ben noto agli addetti ai lavori della geopolitica e degli affari internazionali, è quello sulla necessità di isolare invece le fazioni, fortunatamente minoritarie, che, all’interno dell’Islam, promuovono il jihadismo. Si tratta in particolare della corrente salafita-wahhabita, che costituisce il retroterra ideologico dentro al quale si muovono e si sono mossi tutti i movimenti dell’islamismo jihadista nel XX secolo: dai talebani e Al Qaeda fino ai recenti Isis, Boko Haram e Al Nusra.

Il wahhabismo, fondato agli albori del XVIII secolo da Muhammad ibn Abd Al Wahhab, arabo della tribù dei Banu Tamim, si basa su un’interpretazione letteralista del Corano. I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo queste modalità siano da ritenersi infedeli. Così facendo nella categoria degli eretici rientra di fatto un’ampia fetta del mondo musulmano: dagli sciiti ai drusi, dagli alawiti ai sufi fino agli stessi sunniti tradizionali. Ecco perchè in realtà gran parte della criticaall’interno del mondo musulmano ritiene che la corrente wahhabita abbia portato a un’interpretazione errata della tradizione islamica.

Anche il correlato fenomeno del jihadismo, al di la della demagogica retorica sulla necessità di una “nuova Lepanto”, è piuttosto recente nel mondo islamico. E non è un caso. La diffusione delle scuole e dei predicatori wahhabiti prende avvio negli anni Settanta del ‘900, come strumento di influenza ideologica e geopolitica del principale Paese wahhabita al mondo: l’Arabia Saudita, storico alleato militare, cliente e fornitore di petrolio dell’Occidente. Inutile ricordare come proprio da questo movimento presero vita i talebani, che furono appoggiati dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Unione Sovietica in Afghanistan.

L’influenza del wahhabismo è cresciuta esponenzialmente nella penisola arabica e in generale in tutti quei Paesi che ruotano attorno alla monarchia saudita: Qatar, dove i wahhabiti costituiscono il 47% dei musulmani, ed Emirati Arabi Uniti, dove il numero di wahhabiti è del 45%. In tutto il resto del mondo islamico si tratta invece di percentuali largamente minoritarie, sotto il 10%. Eppure mai nei Paesi occidentali si è discusso di isolare questi Paesi, che finanziano da anni la diffusione dell’estremismo salafita e wahhabita fin dentro il cuore dell’Occidente con moschee e predicatori sostenuti con i petroldollari di queste monarchie. Anzi, Qatar ed Emirati sono spesso presentati per il loro volto commerciale ed affaristico come “Paesi moderni”. Il perchè è presto spiegato: in Arabia Saudita esistono dieci basi militari americane, due in Qatar e due negli Emirati Arabi Uniti. Gli Stati Uniti e la Nato condizionano perciò, esattamente come avviene in Europa occidentale, la politica estera di questi Paesi che sono basi strategiche per controllare le fonti energetico-petrolifere più importanti al mondo e il resto del Medio Oriente.

Ecco perchè da Washington, e quindi da Bruxelles, si è assistito in maniera benevola alla pericolosa espansione dell’ideologia salafita e wahhabita come strumento geopolitico dell’espansione saudita e qatariota. Il Qatar in particolare è stato molto attivo nello sponsorizzare le cosidette “primavere arabe” del 2011 che hanno cancellato governi laici per portare al potere i radicali Fratelli Musulmani e i loro affiliati in Paesi come Egitto e Tunisia. Sfortunatamente per gli Usa i danni provocati dalla fratellanza sono stati intollerabili per la popolazione che alla prima occasione ha appoggiato di fatto un ritorno dello status quo: con una dittatura militare nazionalista in Egitto e con una democrazia a trazione laico-socialista in Tunisia. L’unico Paese incapace di uscire dall’esplosione della barbarie islamista è stato la Libia, in cui l’arcaico retroterra tribale ha avuto un effetto esplosivo sulla precaria stabilità del Paese.

Sta di fatto che il radicalismo wahhabita è stato ed è tutt’ora uno strumento utilizzato per far valere le ragioni della politica estera angloamericana: negli anni ’70 contro sovietici e iraniani, oggi contro i Paesi “non allineati” come la Siria di Assad. Ma le relazioni tra Occidente, Arabia Saudita e wahhabismo sono più antiche e risalgono al XVIII secolo, agli albori stessi del regno della dinastia degli Al Saud e del pensiero di Abd Al Wahhab, che furono, piuttosto che un prodotto dell’Islam, uno strumento geopolitico nelle mani dell’intelligence britannica di allora. Furono infatti gli inglesi a favorire l’espansione del potere nell’area della penisola arabica nei primi decenni del ‘700 ad opera di Muhammad Al Saud, sostenuto dall’incessante opera di predicazione di Al Wahhab. I sauditi-wahhabiti furono da allora e per i due secoli seguenti stretti alleati della corona britannica , strumentali nel processo di indebolimento dell’Impero Ottomano, fino a quando, ottenuta la piena indipendenza, la monarchia saudita fu rafforzata negli anni ’30 e ’40 dagli americani, che ne intuirono l’importanza strategica in relazione alle fonti petrolifere. I sauditi prestarono già durante la Seconda Guerra Mondiale sostegno attivo all’aviazione anglostatunitense, aprendo i propri spazi aerei per i raid contro le postazioni italiane e tedesche in Medio Oriente.

L’appoggio della corona britannica alla nascita del regno saudita si collega a una vicenda poco nota, ma particolarmente interessante. Si tratta della vicenda delle“Memorie di Hempher”. Menzionate per la prima volta nel 1888, nell’opera dell’accademico Ayyub Sabri Pasha, sarebbero il diario di una spia inglese dei primi anni del XVIII secolo, Hempher appunto, che narra della sua opera di infiltrazione delle istituzioni ottomane per conto della Corona britannica al fine di indebolire il mondo islamico, all’epoca monopolizzato dal potere turco.

Nelle sue memorie, Hempher spiega di voler indebolire il mondo musulmano promuovendo “alcool e fornicazioni” e sponsorizzando superficialmente un movimento eccezionalmente rigoroso e violento per dividere l’Islam politicamente. In tal senso egli narra dell’incontro con un giovane a Basra, in Iraq, Muhammad Ibn Al Wahhab appunto, che aiuta a fondare la corrente wahhabita che in seguito avrebbe sostenuto l’ascesa degli Al Saud. Le “Memorie di Hempher” sono riapparse recentemente all’interno di documenti dei servizi segreti iracheni risalenti al regime di Saddam. Molto scetticismo circonda questi testi, secondo alcuni un falso turco per fomentare l’odio anti britannico e anti saudita (curioso notare come oggi invece proprio la Turchia sia tra gli Stati vicini agli interessi di Riyadh, nda).

Certo è che questo falso storico, se così bisogna liquidarlo, predisse nell’800 fatti che si sarebbero poi manifestati realmente, a partire dal sostegno britannico ai sauditi. L’Islam oggi è infatti tragicamente assimilato, nel mondo occidentale, proprio alla corrente wahhabita mentre “alcool e fornicazioni”, come è noto, non mancano nelle segrete stanze delle elites che esternamente propongono questa ideologia. Un’ideologia che, per compiacere i pericolosi alleati dell’Occidente, si è lasciata penetrare massivamente in Europa sotto forma di centri culturali e scuole coraniche di matrice radicale che attraggono anche gli immigrati di seconda e terza generazione delle varie “banlieues” d’Europa, alienati dalla società dei consumi. Basti pensare che il Qatar, attraverso le sue società controllate come la “Qatar Charity Foundation” si appresta a sponsorizzare la costruzione di 33 moschee salafite nel nostro Paese. Lo stesso tipo di moschee che un Paese musulmano come la Tunisia ha chiuso in numero di 80 dopo gli attentati dello scorso anno.