Il diciannove settembre sono ripresi gli scontri tra la polizia e i manifestanti a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. I cittadini sono scesi in piazza per invitare il presidente Joseph Kabila, in carica dal 2001, a lasciare la presidenza conformemente al suo mandato che terminerà il prossimo venti dicembre. La protesta è stata brutalmente repressa dalla polizia causando numerose vittime tra i manifestanti. L’opposizione teme che Kabila voglia mantenere le redini del governo per un terzo mandato consecutivo, il pretesto sarebbe l’intenzione di rinviare il voto a causa dei ritardi nel censimento della popolazione. In base alle dichiarazioni del responsabile della Commissione elettorale nazionale, Corneille Nangaa, per poter organizzare le elezioni bisognerà attendere il 2018, fino ad allora Kabila rimarrà al potere. Sin dai tempi della colonizzazione belga la regione dei Grandi Laghi è stata il fulcro degli interessi delle potenze mondiali e regionali. Le ingerenze da parte dei Paesi stranieri hanno alimentato lo scontro interetnico tra Hutu e Tutsi rendendo il Paese instabile e facile preda dell’ultracapitalismo d’Occidente. Un conflitto che si è trascinato per anni causando la morte di milioni di persone e altrettanti sfollati.

La “Guerra Mondiale africana”, soprannominata così dagli studiosi, esplose quando, a seguito del genocidio in Ruanda, migliaia di esuli hutu individuarono come base proprio il confinante Congo ed iniziarono ad ingaggiare duri scontri contro il governo di Kigali. Nel 1996, per porre fine alle incursioni hutu, il governo ruandese sostenne le milizie dell’Alliance des forces democratique pour la liberation du Congo-Zaire (Afdl) guidata da Laurent-Désiré Kabila (padre dell’attuale presidente), riuscendo così a rovesciare il governo Mobutu. Una volta giunto al potere Kabila ruppe l’alleanza con le truppe straniere inaugurando la seconda guerra del Congo che vide contrapposti gli “Ex amici” ruandesi e ugandesi – che sostenevano le opposizioni del Rassemblement Congolais pour la Democrazie (Rcd) e del Mouvement pour la Liberation du Congo (Mlc) – e gli eserciti di Angola e Zimbabwe giunti in soccorso del presidente. Nonostante gli accordi di pace siglati a Sun city nel 2002 e il dispiegamento delle truppe di peacekeeping MONUSCO-United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo- i disordini non si sono mai arrestati nel Nord Kivu. L’esercito congolese ha considerato l’escalation delle violenze meramente un conflitto tra opposte etnie, accusando, come unici responsabili delle carneficine, le milizie salafite ugandesi denominate Allied Democratic Forces, sospettate di avere legami con al-Shabaab. Difatti, in base al rapporto degli osservatori delle Nazioni Unite, oltre alle Adf, sarebbero presenti gruppi armati ben strutturati che hanno portato avanti i massacri nel Nord Kivu: Le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (responsabili del genocidio del 1994), le Forze di Resistenza Patriottiche dell’Ituri e le milizie congolesi Mai Mai.

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Militari Congolesi festeggiano dopo essere riusciti ad aprirsi un varco nelle montagne verso Bunagana, ultimo avamposto dei ribelli M23 – Ottobre 2013 – Ph. Pete Muller Prime/New York Times

Il rapporto sottolinea le difficoltà dell’esercito congolese, congiuntamente alla missione MONUSCO, nel contrastare le iniziative di tali gruppi armati e di fallire anche nel principale obiettivo di proteggere la popolazione dell’area. Al contrario gli esperti presenti sul campo riferiscono di ufficiali congolesi collusi con le milizie armate nello sfruttamento delle risorse naturali destinate al mercato nero internazionale. Dipingere il conflitto nella RDC esclusivamente “Scontro interetnico” sarebbe riduttivo e semplicistico, il Congo possiede estesi giacimenti di cobalto (essenziale per le industrie nucleari e aerospaziali), rame, uranio, zinco, manganese, diamanti, inoltre possiede tre quarti delle risorse mondiali di coltan (colombo-tantalite) indispensabile componente per l’industria elettronica, dai computer alla telefonia mobile. Recentemente si sta procedendo alla deforestazione della “Foresta amazzonica congolese” in quanto sono stati scoperti nuovi giacimenti di petrolio nel parco nazionale del Virunga. Negli ultimi anni lo scacchiere della geopolitica africana si è arricchito di un nuovo protagonista ritenuto una minaccia dai “Signori della guerra” e dalle multinazionali d’Occidente: la Repubblica Popolare Cinese.

Difatti la Cina si è impegnata a concludere un contratto da sei miliardi di dollari per la realizzazione di ospedali , autostrade e ferrovie, ammodernamento della produzione mineraria, in cambio dell’accesso alle risorse congolesi. La penetrazione cinese in Congo, così come in altre realtà africane, avviene in conformità al Diritto Internazionale che disciplina il principio della non interferenza negli affari interni degli stati. Altrettanto non si può affermare per i principali attori occidentali nella regione che, come prassi, hanno adottato il principio del “Divide et impera”, frutto del retaggio coloniale. Mentre facciamo la fila al centro commerciale per l’uscita del nuovo i-Phone 7 proviamo ad immaginare, almeno per un istante, un ragazzino congolese sfruttato nelle miniere di coltan del Nord Kivu e riflettiamo sulle parole di un grande protagonista nella lotta per l’indipendenza congolese giustiziato nel 1961:

“Fu una lotta giusta, una lotta indispensabile per porre fine all’umiliante schiavitù che ci è stata imposta con la forza” Patrice Lumumba.