Domenica 21 giugno gli albanesi si recheranno alle urne per eleggere 61 nuovi sindaci e circa 1.600 rappresentanti delle amministrazioni locali, ma la situazione all’interno del paese non è certo delle più tranquille, tanto che nella giornata di ieri Eduard Kukan, Ministro degli Esteri slovacco nonché membro del Parlamento Europeo, ha sollecitato i partiti politici albanesi a rispettare le leggi e ad escludere dalla politica tutti coloro che hanno avuto legami con la criminalità. “Spero che l’Albania sarà in grado di far svolgere delle elezioni libere e trasparenti, seguendo gli standard democratici. Questo è l’unico modo per rafforzare la democrazia locale e la fiducia degli elettori nei confronti dei propri rappresentanti”. Kukan ha poi definito le elezioni di domenica “un importante test per il consolidamento della democrazia in Albania e per un’ulteriore integrazione del paese nell’Unione Europea”. 1 Un chiaro riferimento alla presenza tra i candidati di molti “impresentabili”, pregiudicati e personaggi sospettati di collegamenti con la criminalità organizzata e con la mafia, tanto che i diplomatici di Unione Europea e Stati Uniti hanno consigliato ai partiti di ritirare tali candidati.

Collusione tra politica e criminalità

La politica albanese è ormai da tempo in subbuglio, tanto che nel marzo del 2015 migliaia di manifestanti dell’opposizione di centrodestra guidata da Lulzim Basha erano scesi in piazza per chiedere la rimozione dei “criminali” e le dimissioni dello speaker del Parlamento, Ilir Meta, accusato dal deputato socialista Tom Doshi di aver ordinato la sua uccisione. 2 3 Una vicenda torbida e attualmente oggetto di indagine da parte della magistratura albanese. Doshi aveva dichiarato che ad informarlo del complotto era stato un altro deputato socialista, Mark Frroku, mentre il piano avrebbe incluso anche l’omicidio del parlamentare del Partito Democratico Mhill Fufi. Nella serata di ieri l’auto di Monica Kryemadhi, moglie di Ilir Meta, è stata bersagliata da alcuni colpi di pistola ma non ci sono state vittime. Secondo fonti albanesi si tratterebbe di un attacco legato a faide tra clan rivali. 4 Vale comunque la pena ricordare che nel marzo 2015 la Kryemadhi era intervenuta nel caso che aveva coinvolto il marito , affermando di essere pronta a fronteggiare Doshti in qualunque momento. 5 Intanto giovedì è stato arrestato Vladimir Gjutes, ricercato da tempo e bloccato dalla polizia albanese mentre era in auto assieme a Blerim Thaci, kosovaro originario di Prizren. I due erano partiti da Tirana per raggiungere Kukes, cittadina albanese molto vicina al confine con il Kosovo. Gjutes è accusato dalle autorità di aver organizzato gli attentati dello scorso 10 febbraio a una farmacia gestita dalla famiglia del Ministro dell’Interno Saimir Tahiri e all’appartamento di un alto funzionario della polizia. Due ordigni che avevano causato pesanti danni ma, fortunatamente, nessuna vittima.

Quando narcotraffico e jihadismo convergono

A inizio aprile proprio Saimir Tahiri aveva annunciato una vasta operazione contro le coltivazioni di Marijuana in tutto il paese, incluso il villaggio di Lazarat, noto anche come “la capitale della marijuana”, dove la polizia albanese era riuscita a entrare per la prima volta soltanto nel 2014. 6 A Lazarat però non ci sono soltanto le coltivazioni di marijuana ma anche bande criminali che oltre al traffico di droga hanno recentemente abbracciato l’ideologia jihadista dell’ISIS, perpetrando ripetuti attacchi contro le forze di polizia. Uno scenario che ha molte analogie con quello del Daghestan, dove operano le cosidette jamaat (gruppi criminali con legami in ambienti jihadisti che prendono di mira le forze di polizia). Lo scorso marzo, cinque individui legati alla criminalità di Lazarat erano finiti al centro dell’attenzione delle forze di polizia; Aliko Adil Arbion (1995), Aliko Adil Alban (1997), Aliko Viktor Xhemil (1990), Ceka Irakli Thimjo (1995), Basho Kastriot Bervin (1993), tutti giovanissimi, erano stati identificati per possesso di armi da guerra, munizioni e per il possibile coinvolgimento in attacchi contro membri della polizia locale. 7 Sul proprio profilo di Facebook, Arbion Aliko aveva manifestato la propria simpatia per l’ISIS e per i massacri in corso in Siria e Iraq, al punto da arrivare a pubblicare un fotomontaggio con la sua sagoma sopra un carro dell’ISIS, ma nonostante tutto risulta tutt’ora a piede libero.8 Si attendono ulteriori sviluppi per capire quanto l’ideologia del “Califfato” si sia radicata nella zona di Lazar e quali legami potrebbero esserci con la criminalità locale.

Il reclutamento di volontari e i legami con l’Italia

Lo scenario jihadista albanese non riguarda però soltanto il Paese delle Aquile, ma ha notevoli legami anche con l’Italia e ci sono due casi che vale la pena ricordare: quello dei Kobuzi e degli Elezi. Aldo Kobuzi, albanese e residente per diverso tempo in Toscana, a Scansano, è partito per la Siria assieme alla moglie, l’italiana convertita Maria Giulia Sergio e si troverebbero attualmente a Raqqa. Nel marzo 2015 il giornalista e reporter di guerra Fausto Biloslavo aveva intervistato lo zio di Aldo, Baki Kocu:

“Ho sentito mio nipote Aldo un mese fa, via Skype. È andato in Siria con la moglie italiana per raggiungere la sorella. Stanno tutti bene” sostiene Bledi Coku, lo zio che vive a Germenji i Madh, un piccolo centro albanese a sud di Tirana. Barba salafita, lo zio non stringe la mano alle donne e cerca di ridimensionare il ruolo del nipote, che in realtà ha finito l’addestramento con lo Stato islamico e verrà impiegato su uno dei fronti del Califfato in Siria o Iraq. Maria Giulia, 27 anni, non vive da sola a Raqqa, ma assieme alla giovane cognata albanese, Seriola, che ha avuto un figlio piccolo da un mujahed morto lo scorso anno. E si sospetta che con lei ci sia anche la suocera, Donika, la prima a radicalizzarsi della famiglia dopo essere stata abbandonata dal marito emigrato da tempo in Italia”. 9

Biloslavo illustra poi come i biglietti aerei di diversi mujahideen tra cui Aldo Kobuci, siano stati pagati dall’imam Bujar Hysa, reclutatore a capo di un’organizzazione e in carcere dallo scorso marzo assieme a Genci Balla. Il primo gennaio 2014 veniva intercettata una telefonata dalla Siria fra Mariglen Dervishllari (ex marito di Seriola) e il suo mentore, Hysa. Il combattente jihadista diceva: “Ti sto mandando mio cognato. Gli ho dato il tuo numero di cellulare”. Il cognato è Aldo Kobuzi, futuro marito della prima jihadista italiana, che ha adottato il nome islamico Said. 10 Altro caso interessante è quello che ha visto coinvolti due albanesi, zio e nipote, il primo residente in Albania e l’altro nel torinese. A fine marzo 2015 un’operazione anti-terrorismo denominata “Balkan connection”, coordinata dal servizio centrale antiterrorismo della direzione centrale della Polizia di Prevenzione e condotta dalla Digos di Brescia con il concorso delle questure di Torino, Como e Massa Carrara e della polizia albanese, aveva portato all’arresto di Idris Elvis Elezi, 20 anni, cittadino italiano di origine albanese residente in provincia di Torino e di suo zio, Alban Haki Elezi, 38 anni, residente a Kavaja, in Albania. I due risultavano indagati per propaganda e reclutamento con finalità di terrorismo; erano in contatto, telefonico e via facebook, con Anas El Abboubi, marocchino residente a Vobarno (Brescia) e inserito nella lista dei 68 foreign fighter italiani. Pochi giorni prima di trasferirsi in Siria l’uomo era stato proprio in Albania per un brevissimo periodo. Idris Elezi era inoltre noto per la frequente presenza sui social network e per i suoi messaggi estremisti e filo-ISIS. Dopo la partenza di Anas El Abboubi per la Siria, i due albanesi avevano individuato un altro aspirante combattente da inviare nello Stato islamico, un giovanissimo tunisino residente in provincia di Como, ancora minorenne all’epoca dei primi approcci avvenuti sempre tramite internet, che, inizialmente titubante, era stato progressivamente convinto ad aderire al Califfato. Proprio per rinforzare i suoi propositi di combattente, Alban era appositamente venuto in Italia per incontrarlo, o almeno così pare. Successivamente però Elvis Elezi è stato scarcerato, probabilmente perché l’incontro organizzato tra suo zio Alban e il ragazzo tunisino non aveva avuto luogo e probabilmente le autorità non hanno ritenuto l’attività di propaganda sui social network sufficiente per trattenerlo. Il 10 giugno scorso diverse testate albanesi hanno battuto la notizia che Alban Elezi è stato estradato in Italia, notizia che pare non essere stata però ripresa dai quotidiani italiani. 11

6 In tutto il paese sono state distrutte 530 mila piante di cannabis sativa in oltre 2.200 piantagioni, mentre sono state sequestrate oltre 100 tonnellate di marijuana.

10 Ibid