Sono di giovedì le prime indiscrezioni sull’argomento, riportate dalla testata russa Russia Today. La notizia è di ieri, ma come ha riportato la SITE Intelligence Group – organizzazione statunitense che ha come compito quello di monitorare le attività terroristiche mondiali – tutto è avvenuto ad inizio settimana. La minaccia contro il Regno Saudita da parte di Al-Qaeda infatti è arrivata tra lunedì e martedì sotto forma di un file audio di sette minuti contenente una feroce invettiva nei confronti della superpotenza sunnita, invettiva condita da minacce di rivendicazioni armate sul territorio saudita. A porre maggiore attenzione sull’accaduto ci ha pensato il leader di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che ha colto l’occasione per ribadire come la famiglia di al-Saud sia l’incubatrice di un “regime marcio” che ha “corrotto l’Islam”.

Le esecuzioni del 2 gennaio – e questa è solo l’ultima delle dimostrazioni della sfrontatezza, che trova le sue radici nella sicurezza, del regno dei Saud – hanno dato via ad una escalation di tensioni nel mondo musulmano. Dall’Iran aveva alzato la sua voce l’Ayatollah Khamenei, infervorato per l’uccisione del clerico Sciita Nimr al-Nimr. Da allora non si è fatto che parlare della probabile/possibile reazione del regno persiano per l’esecuzione di un suo esponente religioso. Quello che è stato tralasciato però, è che molti, tra le 47 persone giustiziate, erano membri di Al-Qaeda. Al-Zawahiri ha infatti dato poco spazio all’uccisione di al-Nimr, definendola frettolosamente durante uno dei suoi ultimi comizi come “un altro episodio della competizione Iraniano-Saudita per l’egemonia nella regione.” Anche Al-Qaeda ha quindi promesso vendetta per le esecuzioni di gennaio, ma sia l’organizzazione terroristica nata sulle acque del Nilo sia l’Arabia Saudita avrebbero altre questioni di cui occuparsi. I primi stanno affrontando da tempo un lento e inesorabile declino dopo la scissione da parte di quello che sarebbe poi diventato l’IS, che ora controlla vaste zone in Iraq e in Siria, eclissando in questo modo l’organizzazione di Al-Zawahiri. Per quanto riguarda i reclutamenti poi, oramai Al-Qaeda ha perso il suo “grip” ideologico, a vantaggio della nuova propaganda dell’IS, il cui richiamo stentoreo è riuscito a convocare cani sciolti da tutti gli angoli d’Europa, e non solo.

Per quanto riguarda i secondi, sono teoricamente parte della coalizione anti-IS, anche se non senza poche contraddizioni. Qui le chiamiamo contraddizioni, ma quello che vorremmo dire è che non si spiega razionalmente come si possa confidare in un alleato ultra-sunnita come l’Arabia Saudita per la lotta e l’eradicazione delle milizie dell’Islamic State. Senza contare quello che è stato definito il “Vietnam dell’Arabia Saudita”, la guerra contro lo Yemen. Questo conflitto – perpetrato contro i ribelli Houthi, le forze armate del deposto Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi – sta risucchiando come un parassita molte delle risorse della superpotenza sunnita. L’Arabia Saudita è forte e arrogante, sicura dei suoi alleati occidentali; ma anche l’Iran è forte e più vivo che mai, sicuro del Nuclear Deal. I Saud sanno come sia meglio non sottovalutare Al-Qaeda, nonostante il suo smembramento e declino, perché tra Iran e Yemen si trovano già impegnati abbastanza. Non resta che aspettare le prossime reazioni. Che arrivino dal mondo sciita o da quello sunnita poco cambia, quel che è certo è che la partita a scacchi in Medio Oriente si fa sempre più intricata, sempre più confusa, sempre più difficile.