Lo scontro di civiltà, tanto decantato dai media per poi rinnegarlo quando serve, vive di momenti differenti a seconda delle fasi storiche e dei luoghi dove sorge. Può essere un attentato terroristico di un criminale, come può essere la barbarie vandalica di un gruppo di facinorosi, può essere un esercito del terrore, come può essere la furia ignorante di un gruppo di esaltati. È la legge della guerra di civiltà 2.0, un prodotto tutto nostro, che esportiamo bene e che l’Occidente sembra non capire se ne sia vittima o ne sia autore, o allo stesso tempo entrambe le cose. Finita la Guerra Fredda e i blocchi delle idee, lo scontro all’interno del continente europeo non è più ideologico, ma culturale, con un cultura che rifiuta l’altra e che dall’altra si sente minacciata. L’Europa malgovernata e l’immigrazione mal gestita, i boldrinismi esasperati e la logica dell’odio, conducono sempre di più alla sconfitta di quella civiltà cresciuta grazie una Tradizione che ha composto un’eredità che travalica confini temporali e geografici, la stessa che ha forgiato l’Europa da Lisbona a Vladivostok, da Palermo a Oslo. È un’Europa che ha perso sé stessa e che tenta di ritrovarsi non nella civiltà ma nello scontro di civiltà. Stanca, disillusa, impaurita, tramortita dagli eventi, che non sa più cavalcare la tigre ma si lascia tragicamente sbranare. E questa Europa che oggi si interroga sul suo destino non è quella del freddo vetro di Strasburgo, delle statistiche e dei flussi controllati, del buonismo o del razzismo, ma è quella dell’asfalto caldo e delle macerie di Ajaccio, una città che ha visto un esempio eclatante di cosa possa diventare quella guerra che ha tutta l’aria di essere quella guerra civile su scala planetaria che rischiamo di avere in ogni città dove esistono nuclei di persone che vivono secondo modi e costumi differenti. Cosa è successo ad Ajaccio.

La Vigilia di Natale un gruppo di persone dal volto coperto (questa la testimonianza di una delle vittime) ha teso un agguato a due pompieri e un agente di polizia nel quartiere Jardins de l’Empereur, uno dei quartieri più poveri del capoluogo corso, il cui nome, alla luce della situazione tutt’altro idilliaca in cui giace, appare quantomeno ironico. Un quartiere difficile, dove alla precarietà lavorativa si aggiunge una difficile convivenza tra cittadini corsi e immigrati, dove la delinquenza e la droga sono pane quotidiano in un settore già noto per episodi di violenza più o meno gravi. Dopo questo episodio, tutt’altro che chiarito dalle Forze dell’ordine francesi, il giorno di Natale, centinaia di persone si sono riunite sotto la Prefettura di Ajaccio per manifestare solidarietà nei confronti di vigili del fuoco e poliziotti vittime dell’imboscata, quando, dalla folla, molte persone si sono mosse in direzione del quartiere per manifestare il loro disprezzo verso la popolazione musulmana e avendo come fine quello di devastare un centro di preghiera e vandalizzare copie del Corano: una spedizione punitiva verso una popolazione rea di essere accusata, sostanzialmente, di un crimine di alcune persone non ancora identificate. Sospetti che per la popolazione rapita dalla sono diventati certezze e che hanno condotto a una violenza che per Ajaccio è stata un duro colpo da cui non si è ancora ripresa.

Un colpo inferto più volte, perché il giorno dopo, il 26, un altro gruppo di persone ha cominciato a marciare verso i Jardins de l’empereur andando a colpire con pietre e quant’altro le case popolari, riuscendo a essere fermate dalla polizia. E così, il giorno in cui, per una coincidenza quasi metafisica, i cristiani corsi festeggiavano Natale e i musulmani di Corsica festeggiavano la nascita del profeta Maometto, Ajaccio, in un’escalation terrificante, ha di nuovo messo a nudo i problemi mai sopiti di una convivenza tra civiltà che il mondo occidentale sta gestendo male o sta più semplicemente (e decisamente) scegliendo di non gestire, alternando momenti di euforia collettiva a slanci di ipocrita perbenismo, inculcando da una parte il buonismo e dall’altro il razzismo, condannando lo scontro di civiltà ma facendo di tutto per non bloccarlo, e di bloccarlo prima che degeneri nello stato di guerra permanente cui assistiamo da molti anni. È la guerra civile globale. Il rischio peggiore cui il mondo va incontro e verso cui sembra ciecamente correre.