Nella stabilizzazione del Vicino e Medio Oriente la Farnesina fa un passo avanti e molti passi indietro. E si avvicina pericolosamente ad un punto di non ritorno. La politica estera italiana aveva preso in un primo momento una direzione controcorrente assumendo un ruolo damediatore tra le potenze mondiali coinvolte nei luoghi caldi del pianeta e ponendo la città di Roma al centro dei colloqui di pace. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov era stato invitato come ospite d’onore al Forum Med “Mediterranean Dialogues” per esporre al pubblico la dottrina della “pax russa”, poi il presidente iraniano Hassan Rohani aveva scelto l’Italia come prima tappa del suo viaggio in Europa per consolidare i rapporti commerciali tra i due Paesi, ed infine sempre alla Farnesina si era organizzato un tavolo diplomatico sulla Libia dove avevano preso parte i rappresentati dei governi di Tripoli e di Tobruk. Ma  dopo la visita del Segretario di Stato Usa John Kerry a Roma per il rinnovo delle strategie della Coalizione anti-Daesh è cambiato tutto e l’Italia ha invertito nuovamente la rotta.

Così il premier Matteo Renzi è andato prima a Riad ad abbracciare gli sceicchi sauditi, e ora il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è in visita ad Ankara per incontrare l’omologo Mevlut Cavusoglu e discutere del ruolo strategico della Turchia per l’Unione Europea nella lotta al terrorismo e nella crisi dei migranti. È un paradosso tutto europeo. Più Erdogan accelera il suo piano neo-ottomano per il Vicino e Medio Oriente più i governi del Vecchio Continente cadono ai suoi piedi. In primis la Germania che ha sostituito la Francia – vedi la ritirata del capo della diplomazia Laurent Fabius – nell’interventismo bellico in “Siraq”. Non è un caso che pochi giorni fa Angela Merkel è stata accusata da Sahra Wagenknecht (leader dell’opposizione) al Bundestag di voler trascinare in guerra il Paese contro la Russia per conto del Sultano. Proprio la cancelliera tedesca dopo aver imposto un suo uomo all’inviato speciale delle Nazioni Unite Staffan De Mistrura – Volker Perthes (capo del più potente think tank europeo, la Stiftung Wissenschaft und Politik e vicino ai Fratelli Musulmani) è stato nominato “negoziatore di pace” ai colloqui di Ginevra –  si era sbilanciata a favore della Turchia proponendo quello che è il cavallo di battaglia di Ankara sin dal 2011: creare una no fly zone nei cieli della Siria per dar vita a delle “aree di sicurezza” dove bloccare i rifugiati in fuga dalla guerra. Un’iniziativa inaccettabile sia per il Cremlino che bombarda alcune roccaforti dei jihadisti in quel perimetro, sia per il governo di Damasco che combatte al fianco dei curdi siriani del Rojava.

“Solo gli attacchi aerei contro il Daesh in Siria non bastano. Ci vuole una strategia insieme agli attacchi aerei, ci vuole uno sforzo di terra. La Turchia da sola non agirà, ma neanche da sola con l’Arabia Saudita. Ci vuole una decisione tutti insieme” ha riferito il ministro turco Cavusoglu durante la conferenza stampa definendo  i raid aerei della Russia “il maggior ostacolo a un accordo su un cessate il fuoco”. Paolo Gentiloni ha replicato privilegiando la via diplomatica (è necessario aprire un processo di transizione in Siria”), tuttavia l’Italia – insieme a tutti i membri della Coalizione Internazionale guidata da Washington – potrebbe farsi trascinare in guerra da uno dei Paesi che fin dall’inizio della crisi siriana non ha fatto altro che alimentare e fomentare la disintegrazione della Siria. La stessa Turchia che ora utilizza l’esodo dei rifugiati siriani come ricatto e allo stesso tempo come arma puntata verso l’Europa.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale