Da semplice pedina di un gioco più grande di lei, ad enigmatica giocatrice della geopolitica multipolare degli ultimi tempi. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan sta cambiando sensibilmente. È una Turchia che cerca di giocare un ruolo attivo nello scacchiere mediorientale, che si barcamena fra l’occidente secolarizzato e le derive islamiste di buona parte della politica mediorientale, che cerca di crearsi il proprio spazio vitale divisa tra la protezione dell’ombrello della NATO e la voglia di autonomia. Ma cosa c’è dietro questa nuova fase della Turchia della seconda decade del 2000? C’è una strategia precisa quanto aleatoria incarnata da un uomo, che ad oggi è il simbolo di tutto ciò: Ahmet Davutoglu. Ebbene sì, il quasi ineffabile premier turco è forse l’immagine più emblematica del nuovo corso della nazione guidata da Erdogan. Dalle umili origini di un’umile famiglia di Taşkent, provincia di Konia, al governo di Ankara, Ahmet Davutoglu non solo rappresenta oggi l’erede di Recep Erdogan, ma soprattutto colui che da molti analisti è considerato il vero stratega della geopolitica neo-ottomana della Turchia contemporanea, prima come ministro degli Esteri e ora come Presidente del Consiglio. Il suo libro, “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia”, pubblicato nel 2001, è forse quanto di più interessante per comprendere che la rivoluzione culturale iniziata da Erdogan, che ha rimosso l’eredità kemalista per proiettare la Turchia in uno scenario più ottomano che europeo, ha un suo risvolto in politica estera dai contorni poco nitidi ma decisi.

Per certi versi Davutoglu esprime nel suo libro quello che il suo governo, con la benedizione del presidente Erdogan, sta compiendo in parte: una proiezione neo-ottomana in cui la Turchia intende svolgere un ruolo chiave non in una sola zona, ma in molte zone a lei confinanti, sempre nel motto (almeno a parole) “zero problemi con i vicini”. Cosa significa questo? Ebbene, Davutoglu, allora ancora accademico e non politico di primo piano, riteneva che la Turchia dovesse affondare la propria politica estera estendendo i suoi tentacoli in più traiettorie: da un lato l’Europa del Mediterraneo e dei Balcani, dall’altro lato il Medio Oriente in generale, fino al Golfo Persico, infine dirigendosi verso il Mar Caspio e quella regione che va da Caucaso alle terre turcofone dell’Asia centrale. Il tutto con la chiosa di una sua fondamentale affermazione di principio che si rinviene nel testo, quella in cui afferma candidamente che, essendo i turchi presenti in tutte queste aree in numeri massici, allora ogni crisi di queste aree rappresenta una crisi che incide sulla politica turca. Una frase interessante che, alla luce del passato da Ministro degli Esteri, e al presente da Primo Ministro, induce a ritenere che sotto lo sguardo rasserenante del professore universitario si nasconda in realtà un fine ideologo di quello che è la Turchia di Erdogan, o forse, potremmo azzardare, la Turchia di Davutoglu.

Perché Davutoglu è molto più rappresentativo del nuovo corso di Ankara di quanto lo sia Erdogan, ed è molto meno succube di quello che sembra: è un integerrimo sunnita che contesta l’eredità kemalista; dismessi i panni della Turchia atea, sedato l’esercito come baluardo dell’ortodossia laicista turca, il religioso Davutoglu osserva con interesse l’esperienza dei Fratelli Musulmani e cerca con ogni sforza di sfruttare anche l’Islam per espandere l’influenza turca in tutta l’area. È un fine diplomatico, che ha guadagnato la sua posizione con una strategia dissuasiva, passando dall’opposizione allo scudo antimissile contro Teheran al mancato intervento contro l’Isis, dall’appoggio alla NATO alla politica panturca; passando dalle minacce alle aziende che collaboravano con Cipro all’accordo con l’UE sui migranti e al sostegno all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea; dal gelo con Gerusalemme dopo la questione Mavi Marmara all’inimicizia con Assad che vede sostenere i ribelli contro il governo di Damasco. È il neo-ottomanesimo di Ahmet Davutoglu, il delfino del sultano che aspira all’Impero.