Approcciarsi alla grave crisi politico-economica che, dopo una netta recrudescenza, oramai da diversi mesi sta squassando la Repubblica Bolivariana del Venezuela significa inoltrarsi in una selva il cui attraversamento può risultare oltremodo complesso: tra manipolazioni mediatiche, polarizzazioni ideologiche, propaganda e pure e semplici menzogne, i media occidentali hanno infatti espresso il peggio di sé nella narrazione degli eventi venezuelani nel corso dei mesi estivi. Noi de L’Intellettuale Dissidente rivendichiamo, una volta di più, la diversità del nostro approccio e, forti di un interessamento costante ai fatti venezuelani che ci ha consentito di parlare con obiettività delle responsabilità del governo di Nicolas Maduro e delle gravissime colpe delle opposizioni nella deflagrazione della crisi e delle sue ripercussioni internazionali, non abbiamo paura di prendere posizione: gli avvenimenti verificatisi a partire dalle settimane precedenti l’elezione dell’Assemblea Costituente votata il 30 luglio scorso dal 41% degli elettori venezuelani hanno segnalato la profonda pericolosità dell’ala più radicale dell’opposizione della Mesa de la Unidad Democratica e, soprattutto, la volontà da parte delle alte sfere di Washington e dei governi latinoamericani avversari di Caracas (Brasile, Colombia, Argentina in primis) di sfruttare la crisi del Paese come leva per operare un netto regime change.

Di conseguenza, ci schieriamo per la legalità: al netto delle critiche che possono doverosamente venire espresse nei confronti dell’operato del Presidente Maduro, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela rappresentano dei capisaldi che ci sembra fondamentale tutelare e garantire attivamente. Denunciamo quindi la pericolosità, per il futuro del Venezuela, dell’ala più oltranzista dell’opposizione antichavista, arrivata per l’ennesima volta a salutare con gaudio l’imposizione delle sanzioni statunitensi contro il governo e il popolo bolivariano ma, al tempo stesso, costretta a battere in ritirata dalle piazze dalla perdita di consenso conosciuta tra la popolazione per l’esasperazione delle proteste. Un’opposizione quella venezuelana, all’interno della quale i principali leader presentano vergognosi scheletri nell’armadio: Henrique Capriles, ex candidato alle presidenziali, è accusato di aver attivamente partecipato al golpe del 2002 contro Hugo Chavez, mentre di Leopoldo Lopez si ricorda la partecipazione alle durissime proteste di piazza che nel 2014 causarono ben 43 morti.

Delcy Rodriguez, ex Ministro degli Esteri e attualmente Presidente dell’Assemblea Costituente del Venezuela: nonostante il livello decisamente basso della compagine governativa del Partito Socialista Unito Venezuelano, la Rodriguez si è sempre distinta per competenze e capacità nel difficile ruolo di rappresentante del Paese di fronte alla diplomazia internazionale: a lei ora il delicatissimo ruolo di guida nell’ambito del processo di riforma costituzionale.

Delcy Rodriguez, ex Ministro degli Esteri e attualmente Presidente dell’Assemblea Costituente del Venezuela: nonostante il livello decisamente basso della compagine governativa del Partito Socialista Unito Venezuelano, la Rodriguez si è sempre distinta per competenze e capacità nel difficile ruolo di rappresentante del Paese di fronte alla diplomazia internazionale: a lei ora il delicatissimo ruolo di guida nell’ambito del processo di riforma costituzionale.

Ancora più pericolosa nei confronti del Venezuela è la proiezione offensiva assunta dal governo di Washington dopo l’insediamento alla  Casa Bianca di Donald J. Trump, il quale ha marcato il solco tracciato da Barack Obama con il famigerato ordine esecutivo che definiva la Repubblica Bolivariana una “straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale” statunitense. Tale proiezione è frutto non solo della totale deriva dell’amministrazione Trump, divenuta oramai un avatar del complesso militare-industriale, ma anche della totale unilateralità delle politiche applicate da gennaio ad oggi in America latina, ispirate da fautori dell’interventismo a oltranza come i parlamentari repubblicani della Florida Marco Rubio (Senato) e Mario Diaz-Balart (Camera dei Rappresentanti), fautori del rilancio della contrapposizione con Cuba e dell’avvicinamento americano ai governi dei falchi neoliberisti Temer e Macrì, rispettivamente in Brasile e Argentina. Di fronte alle ultime, durissime sanzioni economiche imposte dall’amministrazione Trump, nella giornata del 25 agosto il governo di Caracas ha conosciuto un sussulto di orgoglio e non ha lesinato critiche nei confronti del rivale statunitense: il vicepresidente Elias Jaua ha organizzato una manifestazione di tre giorni, dal 15 al 17 settembre, per protestare contro la decisione di Washington in concomitanza con un vertice internazionale di solidarietà con il Venezuela, mentre al tempo stesso il Ministro degli Esteri Jorge Arreaza ha espresso durissime parole di critica nei confronti dell’amministrazione Trump, accusata di puntare allo strangolamento del suo Paese.

Diego Armando Maradona e Nicolas Maduro: storico amico di Fidel Castro e Hugo Chavez, il Pibe de Oro ha recentemente ribadito la sua solidarietà alla Repubblica Bolivariana.

Diego Armando Maradona e Nicolas Maduro: storico amico di Fidel Castro e Hugo Chavez, il Pibe de Oro ha recentemente ribadito la sua solidarietà alla Repubblica Bolivariana.

Piacevole constatare come il mondo non sia rimasto in silenzio di fronte all’ennesimo tentativo di rilancio della dottrina monopolare da parte di Washington: tanto la Federazione Russa quanto la Repubblica Popolare Cinese hanno condannato con fermezza i tentativi di ingerenza statunitensi, rilanciando la loro concezione multipolare delle relazioni internazionali, mentre al contempo, come riporta L’Antidiplomatico la Repubblica Bolivariana ha incassato il sostegno di 57 nazioni riconosciute dall’ONU che, in seno al Consiglio dei Diritti Umani riunito a Ginevra, hanno sottoscritto un documento nel quale viene riconosciuto l’appoggio al “Governo Costituzionale […] nel suo intento di preservare la pace e mantenere il carattere istituzionale democratico nel Paese”. Oltre a Russia e Cina, tra i firmatari più significativi del documento si segnalano India, Pakistan, Egitto, Iran, Siria, Corea del Nord, Libano, Iraq e la “cintura di solidarietà” latinoamericana costituita dai Paesi dell’area ALBA: Nicaragua, Bolivia, Ecuador e Cuba hanno infatti reiterato la solidarietà all’indipendenza e alla sovranità della Repubblica Bolivariana.

Spiace, al tempo stesso, constatare la continuità nell’approccio europeo alle questioni venezuelane: tanto il mondo politico quanto il complesso mediatico hanno reiterato la loro sconcertante acriticità e sposato in toto la narrazione che vedeva la netta contrapposizione tra il “feroce dittatore” Nicolas Maduro e una presunta “opposizione democratica”, venendo meno a ogni analisi razionale che potesse portare alla definizione di responsabilità e prospettive future per il Paese. Guardando in casa nostra, tanto le dichiarazioni del Primo Ministro Paolo Gentiloni quanto gli interventi di esponenti del mondo giornalistico come Enrico Mentana o di “intellettuali” come Roberto Saviano hanno sposato in maniera completa questa linea di pensiero, assolutamente funzionale alla retorica interventista dei fautori del regime change di Washington. L’appiattimento del dibattito è il cavallo di Troia dell’imperialismo: in campo occidentale, poche frange marginali dell’informazione hanno osato schierarsi per l’obiettività e la chiarezza, mentre in campo politico segnaliamo la cauta presa di posizione di Jean-Luc Mélenchon, che pur criticando l’operato di Maduro ha accusato apertamente l’interventismo americano, e le esplicite dichiarazioni di condanna delle sanzioni espresse dal leader dei Labour Jeremy Corbyn.

È importante, a nostro avviso, ribadire la vicinanza al popolo venezuelano e il rifiuto di qualsiasi ingerenza dannosa e distruttiva nei suoi confronti, nonché segnalare come all’interno della Repubblica Bolivariana gli incentivatori di tale interventismo rischiano di pregiudicare, sul lungo termine, il futuro del Venezuela. Prendere posizione in questo modo non significa schierarsi incondizionatamente a favore del Presidente Maduro, che a più riprese non abbiamo certamente riparato da critiche dure e nette: significa però compiere un atto di onestà intellettuale nei confronti di una nazione che, nel momento più duro della sua storia recente, necessita della solidarietà e della vicinanza chi si ritiene un fervido combattente per l’autodeterminazione dei popoli.