Provocazione da un lato, senza dubbio, ma dall’altro forse non è nemmeno Vladimir Putin il vero obiettivo del grave episodio che ha visto l’abbattimento di un caccia da combattimento. La strategia che in questo momento si sta attuando prevede probabilmente un ‘effetto emozione’ molto importante per la popolazione russa e la sua opinione pubblica, tale da mettere in difficoltà il presidente.

Chi vuole la Russia ridimensionata nel suo ruolo in medio oriente, sa bene che il presidente Putin non attua passi indietro nella sua politica con le intimidazioni; si cerca di far peso sulla popolazione del suo paese, affinché l’intervento in Siria diventi ‘impopolare’ e metta nel pantano a livello interno il Cremlino. Prima l’aereo esploso in volo nel Sinai, con più di 220 cittadini russi deceduti, adesso l’abbattimento di un jet da combattimento passando per i sabotaggi che proprio (guarda caso) in questi giorni stanno mettendo in ginocchio la Crimea. La sensazione che si vuole dare alla Russia è quella di vulnerabilità ed alla sua opinione pubblica si cerca, in qualche modo, di far mettere in collegamento l’inizio dell’intervento di Mosca in Siria con i lutti e gli spiacevoli episodi accaduti dal 30 settembre ad oggi. Seppur presumibilmente attuati da soggetti diversi, tali episodi sembrano comunque avere un filo comune ed una regia altrettanto unica; del resto, con l’abbattimento del jet ad opera della Turchia, ben si comprende come Ankara sostenga apertamente i terroristi e percepisce come ostile la presenza russa in Siria. Non che questo non si sapesse, ma adesso il caccia abbattuto è la testimonianza più viva e lampante di quanto sostenuto a più riprese da diversi mesi; la Turchia sostiene e finanzia Al Nusra ed i ribelli anti Assad, oltre che ovviamente l’ISIS e nulla vieta di pensare che una ‘mano’ abbia accomunato gli attori sopra menzionati nell’attuazione di singoli episodi che assieme mettono grande pressione al Cremlino e soprattutto alla popolazione russa.

Anche sul fatto che l’abbattimento del caccia sia realizzazione di un’azione pianificata, restano pochi dubbi; dai dati esposti sul web e giudicati come attendibili, pare che il caccia russo sia rimasto all’interno dello spazio aereo turco per sessanta secondi: un tempo molto risicato per giustificare, in primo luogo, la sproporzionata reazione turca e soprattutto in secondo luogo questa tempistica va a smentire la ricostruzione data dalle autorità turche, secondo cui l’ordine sarebbe arrivato direttamente dal primo ministro avvisato ‘in tempo reale’ ad Ankara. Appare chiaro quindi, che in realtà l’ordine è stato impartito e ‘congelato’ alcuni giorni prima: si è aspettata la Russia al varco, nel verso senso della parola ed al primo avvicinamento o lieve sconfinamento l’aviazione turca è entrata tragicamente in azione, attuando la provocazione. Difficile immaginare che Erdogan e tutto l’apparato turco si aspetti per davvero che Putin entri in guerra contro un paese NATO o che attui anche minime azioni militari ritorsive contro Ankara; come detto, la provocazione premeditata appare all’interno di una strategia che mira a rendere impopolare l’intervento russo: ci si aspetta in qualche modo che a Mosca o San Pietroburgo la gente inizi a scendere in strada chiedendo la fine dei bombardamenti russi, mettendo quindi pressione a Putin, il quale potrebbe adesso anche avere il pressing dall’altro lato dei ‘falchi’ di parte degli apparati militari e di sicurezza, gli stessi che hanno spesso accusato il capo del Cremlino di avere una linea troppo morbida nell’est Ucraina e che vorrebbero invece rispondere colpo su colpo alle miriadi di provocazioni che da più di un anno e mezzo (a partire dalle sanzioni europee) Mosca subisce dall’occidente ed in particolare dalla NATO, organizzazione di cui la Turchia è membro (questo è sempre bene ricordarlo).

Chi ha attuato questo scellerato gesto, ben conosce forse le dinamiche del Cremlino e l’orientamento dell’opinione pubblica russa, la quale adesso potrebbe vedere quella in Siria come una guerra lontana e quindi con un numero di perdite, tra attacchi terroristici e propriamente militari, già troppo alto. L’abbattimento del jet russo quindi, si può inquadrare in due distinti contesti, uno locale e l’altro invece più generale; il primo, come detto, ha a che fare specificatamente con il conflitto siriano: la Turchia non vede di buon occhio la presenza dell’aviazione russa in Siria, che sta contribuendo proprio in quelle zone a far avanzare l’esercito di Damasco verso il rinnovato controllo delle frontiere con Ankara. E’ bene infatti inquadrare anche geograficamente dove è avvenuto l’abbattimento del jet russo; ci si trova infatti nella provincia di Latakia, a 150 km circa dalla roccaforte alawuita da dove partono i caccia russi: a nord est di questa provincia vi è il confine più meridionale tra Siria e Turchia, contrassegnato dai monti turcomanni nella sua estremità est, i quali sono controllati sia da Al Nusra che in parte da ribelli locali e da quel che rimane del fantomatico ‘esercito libero siriano’ ed è da questa zona del confine che transitano armi e munizioni per i terroristi che controllano il nord di Aleppo e la strategica provincia di Idlib. Da quando è iniziato il conflitto siriano, Ankara considera questa zona come il suo giardino di casa ed il fatto che Assad abbia ricominciato a guadagnare terreno proprio qui grazie ai bombardamenti russi, proprio non va giù ad Erdogan ed al suo entourage; proprio poche ore prima dell’abbattimento del caccia, Damasco ha conquistato un’altra collina strategica portando a 200 il numero di chilometri quadrati conquistati in un mese. Oggi fa certamente ancora più scalpore la notizia, confermata da più fonti, del fatto che molti terroristi in preda al panico hanno esortato i ‘simpatizzanti’ della loro causa presenti al di là del confine turco ad aiutarli.

Infine, l’aspetto più ‘generale’ e generico della provocazione, così come descritta sopra, volta a mettere pressione a Putin; provocazioni su provocazioni insomma, mentre Mosca piange altre vittime nella lotta (quella vera) al terrorismo. Dall’est Ucraina a Latakia, dalle sanzioni economiche all’offensiva mediatica in cui si è anche intaccato lo sport, un’escalation di provocazioni che unendole in una trama comune sembrano dare la sensazione di voler trascinare con forza Putin dentro una guerra ancor più grande o dentro anche un episodio minore da cui poter afferrare un pretesto per denigrare ulteriormente la Russia. Ma il Cremlino ha già dato in passato ampia prova di saper reagire con sottile fermezza alle provocazioni; dopo l’abbattimento del jet russo, il governo di Mosca ha sconsigliato di viaggiare in Turchia facendo di fatto cancellare molte prenotazioni dei suoi concittadini e dando un non indifferente svantaggio economico ad Ankara, inoltre è stata annullata la collaborazione militare tra i due paesi. Prime mosse quindi, almeno per il momento; Putin dalla sua ha anche una carta che prima dell’attentato di Parigi non aveva: il sostegno dell’opinione pubblica occidentale.

I progressi reali fatti contro l’ISIS dal governo siriano grazie al pugno duro di Mosca, fanno sì che in tanti in occidente rivalutino Putin nonostante la disinformazione nei mesi scorsi e questo spinge le stesse cancellerie occidentali ad essere più morbidi con la Russia. Nulla di strano insomma, che il gesto turco abbia indispettito anche membri interni alla stessa NATO; forse è il momento meno consono questo, per quanto concerne l’alleanza atlantica, per attuare simili provocazioni. Intanto i raid russi proseguono, la condanna da parte dell’opinione pubblica occidentale sull’abbattimento del caccia è molto ampia ed importante, l’esercito siriano proprio in queste ore guadagna terreno nella provincia di Latakia; la provocazione, al momento, sembra aver avuto semplicemente l’effetto (quasi un indiretto merito) di far capire al mondo con chi sta la Turchia e, con essa, la NATO.