Sono passati 37 anni da quando l’economista Francois Perroux scrisse: «L’Europa senza coste potrebbe avere due significati. O l’Europa libera torna ad essere un focolaio di influenza economica, politica, intellettuale, propagando le sue intense attività verso l’esterno ormai senza rischi di imperialismo. Oppure l’Europa viene invasa. Senza coste, subisce forze esterne alle quali non desidera neanche più resistere». L’Europa che emerge dal recente G7, incastonata nelle fotografie dei sorrisi festosi di Renzi e Merkel attorniati da Obama e Lagarde, sceglie la seconda opzione. Si consegna nelle mani del presidente americano che rilancia sulle sanzioni alla Russia (compiacendosi per i disastri economici che hanno provocato) e soprattutto sul Ttip. «Accelereremo immediatamente tutto il lavoro sui temi del Ttip assicurando progressi su tutti gli elementi del negoziato, con l’obiettivo di arrivare ad un accordo al più presto possibile, preferibilmente entro la fine dell’anno» si legge nella bozza del comunicato finale del summit di Elmau tra i grandi del mondo.

Anni di lavoro sottotraccia da parte degli industriali e dei politici a stelle e strisce potrebbero dare i loro frutti, in vista di un accordo che favorirebbe in modo spropositato grandi gruppi e lobbies americane, mettendo le multinazionali sullo stesso piano giuridico degli Stati nazionali. Organismi quali il Transatlantic Business Council e l’European Business Summit sono stati nel cuore dei negoziati sin dalle prime battute, quando i popoli erano completamente all’oscuro. Le conseguenze di questa “NATO economica” sul piano dei diritti dei lavoratori e della qualità dei prodotti sono ormai noti, come perfino Stefano Fassina è arrivato a riconoscere in una recente polemica interna al Partito Democratico. Si tratta di ulteriori passaggi in direzione della dissoluzione dei confini e della disintegrazione delle specificità in vista di un “mercato del lavoro” il più possibile flessibile e globale. In direzione di un rinnovato protagonismo americano: «Il partenariato transatlantico è un’opportunità per riaffermare la leadership globale dell’ovest in un mondo multipolare» ha riconosciuto il Wall Street Journal. Di fronte all’emergere di attori e organizzazioni che si sganciano progressivamente dall’egemonia del dollaro, i Trattati commerciali diventano «un’arma geopolitica» di vitale importanza, come già descritto dall’«Intellettuale Dissidente» nell’ottobre 2014.

Incredibilmente, dietro la cortina fumogena massmediatica, alcuni politici e movimenti hanno fatto proprie queste critiche e riflessioni, tanto che il Parlamento europeo il 10 giugno ha rimandato il voto sulla Risoluzione relativa al Ttip, per i troppi dubbi che circondano il Trattato. D’altronde solo la Politica (quella con la p maiuscola) può arginare e cambiare dinamiche del genere. Nel concreto, si trattava di stilare un documento da consegnare al commissario al Commercio Cecilia Malstrom, una funzionaria definita “accanita liberalizzatrice” e insofferente verso ogni controllo politico o popolare. Tutto questo però difficilmente le impedirà di accelerare le trattative: a Bruxelles sono previsti fitti incontri con i negoziatori oltreoceano a partire dal 13 luglio. La «minaccia transatlantica» descritta da Alain De Benoist rischierà di diventare realtà e dare vita alle più fosche previsioni di Alberto Bagnai, espresse già un anno fa: «Una classe imprenditoriale che vede il dipendente solo come un costo e lo Stato solo come un nemico trascinerà giù con sé il paese nel baratro. La aiuterà nel compito una classe lavoratrice che rifiuta di abbandonare la logica dell’appartenenza politica, plaudendo allo strumento della compressione salariale (l’euro), che “è di sinistra solo perché l’hanno introdotto governi di sinistra”. E tutti insieme appassionatamente daranno la colpa, con la benedizione degli editorialisti della “Repubblica”, alla “corruzione”, mentre i lobbysti di Bruxelles ci consegneranno chiavi in mano alla grande impresa americana via Ttip».