Sembra ormai questione di settimane, forse di giorni: la Libia è entrata definitivamente nel mirino delle potenze occidentali. Dopo aver distrutto lo Stato di Gheddafi, anteponendo gli interessi economici alla sicurezza del popolo libico e del Mediterraneo intero, e dopo aver lasciato la Libia alla mercé di terroristi di ogni provenienza geografica e politica, Regno Unito, Francia e Stati Uniti, con il supporto del governo italiano, pare siano giunti a una soluzione, la classica, la più facile e pericolosa: bombardare i ribelli libici dello Stato islamico ed addestrare le milizie del Governo di Tobruk. Il Sunday Times, citando fonti interne della difesa di Sua Maestà, ha affermato che il Regno Unito è pronto a installare una base aerea a Tobruk per coadiuvare i bombardamenti alleati sui territori controllati dall’Isis libico. Il New York Times, pochi giorni prima, aveva fatto trapelare indiscrezioni sui piani del Pentagono per il bombardamento di Sirte, quartier generale dello Stato islamico in Libia, il tutto con l’appoggio di forze speciali di terra (ma niente cosiddetti “boots on the ground”) al fine di aiutare le milizie locali alleate di Washington e tagliare i rifornimenti dei ribelli provenienti non solo dal Nordafrica ma anche dai confini meridionali, da quel Sahel che li mette in contatto con tutti i miliziani del cuore dell’Africa. La decisione di attaccare la Libia non è una scelta presa di recente.

È chiaramente l’ultima mossa di una strategia occidentale fumosa, pericolosa, ma assolutamente coerente. Gheddafi era un problema, per mille motivi. Troppo forte, troppo di polso, “nemico dell’Occidente”, era un dittatori sanguinario, probabilmente faceva troppi affari solo con l’Italia. Queste le giustificazioni vere o presunte di un intervento militare che ancor oggi fa comprendere non solo la follia della politica estera americana ed europea ma anche la fine di una politica estera italiana indipendente dall’asse Washington- Londra. Si è deciso dunque di abbattere Gheddafi, sperando o forse fingendo di sperare, in quelle primavere arabe che a nulla hanno portato se non al totale caos e alla frantumazione dei fragili apparati statali e politici di tutta la regione. E si è lasciata la Libia nel caos. Oggi la Repubblica è uno Stato praticamente fallito, devastato dalla guerra civile, dove l’intervento occidentale può inserirsi come un coltello nel burro, ma non è per questo di facile soluzione. Se l’intervento, così come ne parlano, sarà solo di bombardamenti mirati e di addestramento, allora potremmo prepararci ad un’ennesima guerra senza fine dai risvolti tragici, una tragedia umanitaria che per sconfiggere il terrorismo internazionale, devasta un territorio e una popolazione provati da anni di saccheggi, attentati, morti e povertà.

E l’Italia? Poche ore fa il ministro Pinotti ha fatto delle dichiarazioni pesantissime, affermando l’impossibilità di far passare la primavera con una Libia nel caos. Siamo a febbraio: è evidente dunque che il piano per assaltare i ribelli libici è tutt’altro che remoto. Certamente sorgono dubbi sull’intervento italiano, intervento che più che spontaneo sembra forzato dalle stesse cancellerie straniere: non è un caso che proprio recentemente siano uscite voci provenienti da Washington che vorrebbero che l’Italia si impegnasse maggiormente sul fronte Isis. Ecco dunque che ora ci troviamo alla resa dei conti tra Roma e gli Stati Uniti: se la Libia ha l’Isis sul proprio territorio, l’Italia può/deve impegnarsi in Libia. Come? Dipende. L’Italia innanzitutto può/deve fornire le basi: Sigonella è già americana, Trapani potrebbe risultare operativa. Inoltre, abbiamo almeno sei o sette navi della nostra flotta schierate di fronte alle coste libiche per la sedicente operazione di contrasto all’immigrazione clandestina e sembra quasi certo un intervento mirato con droni e forze speciali, quest’ultime utili anche per addestrare le forze in campo del governo riconosciuto ma soprattutto per difendere l’ENI: il vero e forse artefice della politica estera italiana.

Prepariamoci ad una primavera di guerra: si ritorna n Libia.