Con singolare tempismo, mentre a San Pietroburgo si svolge il consueto forum internazionale di affari, a Bruxelles decidono di prolungare le sanzioni contro la Russia per tutto il 2017. La decisione ormai è rinnovata automaticamente di anno in anno senza alcuna discussione, grazie alla completa sudditanza della Commissione ai voleri d’oltreoceano. Le risibili motivazioni sono sempre le stesse: l’illegale plebiscito della Crimea per tornare alla Russia e la deliberata destabilizzazione dell’Ucraina. Inutile aggiungere altro; inutile chiedersi il perché il governo di Kiev stia volutamente sabotando gli accordi di Minsk, preparandosi a una nuova offensiva contro i separatisti. Quando Washington ordina, l’Unione esegue senza fiatare con un’unica eccezione: a Berlino si prosegue imperterriti verso la realizzazione del raddoppio del North Stream. Se a parole il ministro tedesco dell’Energia rassicura che l’Ucraina sarà sempre il Paese fondamentale per il transito del gas in Europa, nei fatti accelera il progetto per la costituzione della società che si occuperà della posa dei tubi. La New European Pipeline AG sarà per il 51% di proprietà della Gazprom mentre Basf, E. ON, OMV e Shell possiederanno il 10% e il restante 9% andrà alla  Engie. A Berlino infatti sono pragmatici; rispettano il diktat americano, perseguendo anche i propri interessi economici.

Più di 12mila persone da 320 Paesi sono volate nell’ex capitale zarista per stringere accordi commerciali con il “nemico numero uno dell’Occidente”. 1300 aziende hanno stipulato accordi per 15 miliardi e mezzo di dollari, confermando il trend positivo del Forum che, anno dopo anno, diventa sempre più attrattivo, nonostante le masochistiche sanzioni europee. Dall’inizio di queste, infatti, sono più di 100 i miliardi persi sull’altare degli interessi geopolitici della Casa Bianca. Il premier Renzi – ancora una volta colto in fallo mentre distratto armeggiava con il cellulare – ha sottolineato come l’Italia stia lavorando per “costruire ponti che uniscano e non muri che dividano”, ma l’unico ponte che per ora si sta realizzando è quello di Putin sulla penisola di Kerc. La sterile retorica del presidente del Consiglio può far piacere ai russi e riempire le prime pagine dei giornali, ma è inconsistente; come lo scorso dicembre, quando l’Italia impose la discussione sul rinnovo delle sanzioni, rimanendo però muta al momento di prendere parola.

Il governo italiano comunque ha ricevuto un’ottima accoglienza e ha firmato accordi per oltre un miliardo di euro – nel rispetto delle sanzioni -, visitando anche il cantiere di Astaldi per il nuovo raccordo autostradale della città; eppure le perdite patite dal nostro Paese sono gravi e pesanti.  Molti politici in Europa negli ultimi mesi hanno lamentato di non volere rinnovare questo suicidio economico ma, alla resa dei conti, non hanno voluto muovere un dito. Tanto è la sudditanza ai voleri d’oltreoceano da non concedere alcun margine di manovra; così a Bruxelles hanno tirato un sospiro di sollievo dopo il controverso esito del ballottaggio presidenziale austriaco. Hofer, infatti, sarebbe stato il primo presidente a spezzare il fronte unanime delle sanzioni. Ironico pure il commento dell’ex presidente Sarkozy che ha esortato i russi a compiere il primo passo, abolendo le contro-sanzioni. Perché mai il Cremlino, demonizzato oltre misura, dovrebbe riaprire il proprio mercato ai prodotti alimentari europei, quando nessuno dei 28 ha un minimo di sussulto di sovranità?

Sarebbe ora che gli Stati dell’Unione iniziassero a interrogarsi su quali interessi stiano difendendo in questa isterica riproposizione della Guerra fredda, ma tutte le vere decisioni si prendono ormai altrove.