Nell’ultimo anno il Presidente russo Vladimir Putin e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati ben quattro volte, e quest’ultimo torna in visita ufficiale a Mosca dopo appena un mese e mezzo dall’ultima volta, il 21 aprile scorso. Cosa avranno da dirsi i due così di frequente è facilmente intuibile, vista anche l’urgenza e la criticità con cui lo stato di Israele ha affrontato negli ultimi dodici mesi due cruciali eventi della politica regionale in Medio Oriente: la riabilitazione dell’Iran, la bestia nera di Tel-Aviv e l’intervento russo in Siria, sostenuto dall’asse sciita Teheran-Damasco con l’attiva partecipazione dei libanesi di Hezbollah, noto partito anti-sionista di Beirut. Il premier israeliano dunque vuole affiancare alla doppia rassicurazione con Mosca sull’intangibilità dei confini dello stato ebraico un rafforzamento della sua posizione politica nel Paese, sostenendo il suo successo nella dialettica regionale sulla lotta contro la minaccia militare degli acerrimi nemici di Israele. Ciò è garantito anche dal nuovo accordo sulle politiche sociali sottoscritto durante la due giorni di dialogo tra i due capi di stato, che prevede la retribuzione di pensioni di anzianità agli ebrei esuli dall’Unione Sovietica che ora vivono in Israele, cui l’assegno non era stato garantito fino ad ora; così facendo, si rafforza inoltre la posizione politica del Ministro della Difesa israeliano fresco di nomina, Avigdor Lieberman – nato nell’attuale Repubblica Moldova -, fondatore del partito nazionalista “Yisrael Beitenu” (Israele è casa nostra), il cui principale bacino elettorale è costituito proprio da immigrati russofoni provenienti dall’ex URSS.

Sul piano internazionale, il fronte della cooperazione tra i due Paesi, i cui rapporti diplomatici sono in un florido stato di grazia da 25 anni a questa parte, si amplia ulteriormente sul piano economico, energetico e militare. Mosca e Tel-Aviv stanno alacremente lavorando per costituire una zona di libero scambio tra l’Unione Economica Eurasiatica che, seppur claudicante resiste alle crisi che attanagliano i Paesi membri, Putin ha ottenuto la promessa per implementare accordi nell’ambito dell’estrazione di idrocarburi, basandosi sulle dichiarazioni rilasciate da Netanyahu a RIA Novosti, limitandosi diplomaticamente a sostenere che Israele è ben lieto di cooperare in campo energetico con tutti quei Paesi che posseggano le adeguate competenze tecniche nello sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Ma la questione di maggior rilevanza è stata proprio toccata in relazione al gioco delle alleanze politico-militari in Medio Oriente. L’intervento russo in Siria contro i ribelli islamisti ha decisamente spostato gli equilibri di potere della regione, ri-bilanciando le influenze locali verso il piatto russo, rimuovendo molti contrappesi dal lato americano. Il delicato equilibrio che tiene in piedi la regione si chiama proprio Russia, chiave di volta nella latenza dei potenziali conflitti che infiammano quella parte di mondo. Israele in questo momento è utile a Mosca nel tentativo di disinnescare alcune di queste micce pronte ad esplodere: la tensione Iran-Arabia Saudita non è precipitata del tutto perché Mosca e Tel-Aviv si fanno garanti reciproci di non belligeranza, sebbene i due Paesi siano ai ferri corti nella guerra indiretta che si combatte in Siria. Putin ha inoltre garantito a Netanyahu che Hezbollah non riceverà armamenti russi e che tali equipaggiamenti verranno utilizzati dalle milizie libanesi per combattere Israele, dal quale Beirut rivendica da quasi 50 anni le alture del Golan. Tale territorio verrà infatti escluso dalle zone sotto il controllo del “Partito di Dio”, come contro assicurazione per Netanyahu, oltre alla momentanea sospensione della vendita di sistemi anti-missile S-300 a Teheran da parte della Russia.

Sebbene Bloomberg si sia immediatamente prodigato per difendere il ruolo privilegiato di Washington nelle relazioni con lo stato di Israele, sostenendo che la Russia non potrà mai prendere il posto degli USA per Tel-Aviv, non si possono ignorare le ben quattro occasioni durante le quali Putin e Netanyahu si sono trovati a colloquiare. Da Parigi a Mosca, le circostanze hanno riproposto l’occasione per cementare i buoni rapporti già in voga tra i due Paesi, con un “piccolo” ulteriore benefit a vantaggio di Mosca: la possibilità di garantirsi un ventaglio di alleanze in Medio Oriente che offrano la possibilità di “tagliare” l’accerchiamento della NATO intorno all’heartland russo, grazie anche alle sciagurate strategie condotte in politica estera da Washington negli ultimi 15 anni, dall’Afghanistan all’Iran, passando per Baghdad e Riyadh.