Una vera e propria carneficina. Almeno 60 morti e più di 100 feriti in un attentato rivendicato dallo Stato Islamico, nel cuore della Damasco sciita. Le esplosioni sono state almeno tre e sono avvenute a breve distanza l’una dall’altra, in una modalità che ricorda gli attacchi di Beirut dello scorso novembre. L’obiettivo era il santuario sciita di Sayyida Zeinab, nella zona sud-orientale della città sotto il controllo del governo siriano. Un attentato, l’ennesimo, in una Siria martoriata da cinque anni di guerra per procura che hanno trasformato il paese da modello di laicità e convivenza in cimitero per almeno 300.000 persone. A Damasco a colpire è stata la stessa mano assassina che ha già insanguinato Parigi, San Bernardino e Beirut, eppure per i morti siriani, di questo e di altre centinaia di attentati, non c’è stato nessun hashtag #jesuisdamasco, nessuna maglietta commemorativa e tanto meno nessuna immagine dei profili Facebook con i colori della bandiera della Repubblica Siriana. I civili massacrati a Sayyida Zeinab, Homs, Deir Ezzor sono stati uccisi dalla stessa logica perversa che ha terrorizzato l’Europa e gli Stati Uniti, eppure nessun capo di governo occidentale ha telefonato al presidente Bashar al Assad per esprimere solidarietà al popolo della Siria. Ancora una volta i doppi standard la fanno da padrone, mentre a Ginevra si tenta una mediazione impossibile per porre fine al massacro. Gli ennesimi negoziati sotto egida delle Nazioni Unite e sostenuti dall’ottimo lavoro dell’ inviato speciale ONU Staffan de Mistura, sono falliti ancor prima di cominciare. L’esercito siriano avanza a nord e a sud riportando sotto controllo governativo la quasi totalità della provincia di Latakia e gran parte della regione di Dara’a, consentendo al governo di Assad di sedersi a Ginevra con il coltello dalla parte del manico.

Le opposizioni, al contrario, sono allo sbando. La coalizione che rappresenta i ribelli ha perso gran parte dei suoi componenti e a farla da padrone sono ormai i gruppi estremisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita come Jaysh al Islam. In Svizzera non ci sono i curdi, che pure hanno difeso e continuano a difendere la zona nord-occidentale della Siria dalle orde del Califfo. Kobane è servita a poco, così come il sacrificio di centinaia di combattenti e civili massacrati dagli uomini in nero. A mettere il veto sulla presenza curda è stata la Turchia, che considera i miliziani del Rojava un gruppo terroristico. I curdi, sul cui eroismo sono stati spesi fiumi di ipocrisia e inchiostro, vengono messi a lato e trattati alla stregua dei jihadisti di al-Nusra e di Daesh, anch’essi, in questo caso giustamente, esclusi dai negoziati di pace. Ginevra è l’ennesima occasione sprecata per la Siria. Le parti sono troppo distanti. I ribelli chiedono l’allontanamento di Assad e lo stop alle operazioni militari dell’esercito. Condizioni inaccettabili per il governo e le forze armate che continuano ad avanzare, anche in queste ore, riprendendo il controllo su buona parte della zona intorno ad Aleppo, cinta d’assedio da ribelli islamisti e Stato Islamico. Mentre a Ginevra si discute, i siriani continuano a morire non solo sui campi di battaglia e nelle città, ma anche in mezzo al Mediterraneo, in fuga da un inferno alimentato dall’egoismo occidentale, lo stesso che rimane in silenzio davanti alle stragi dell’ISIS e di quei ribelli islamisti, oggi accolti come interlocutori credibili in un negoziato morto ancor prima di nascere.