Nell’Iran che cambia, dialoga con gli USA, stringe forti vincoli con la Russia e funge da baluardo invalicabile per l’espansione del terrorismo fondamentalista, si prepara in maniera più o meno celata la successione alla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, eletto a tale carica nel 1989 e la cui salute sarebbe in questi tempi, secondo indiscrezioni, traballante a causa dei postumi del delicato intervento per la rimozione di un tumore alla prostata da lui affrontato circa un anno fa. Ad annunciare che qualcosa si sia messo in moto sono state le parole di Ali Akbar Rasfanjani, presidente dell’Iran tra il 1989 e il 1997, che ha dichiarato esplicitamente di essere fortemente intenzionato a succedere a tempo debito all’erede di Khomeini. Tale esternazione rappresenta una prima assoluta nel panorama politico del paese, dato che non era mai successo che un personaggio pubblico dichiarasse esplicitamente di ambiare a ricoprire il ruolo di Rahbar (Guida Suprema). Infatti, è un organo apposito, l’Assemblea degli Esperti, a valutare la rosa di nomi di possibili successori dell’Ayatollah, sui cui componenti è tuttavia mantenuto il massimo riserbo. Proprio l’Assemblea, i cui membri sono esperti religiosi approvati dal Consiglio dei Guardiani, mantiene il potere di procedere all’elezione stessa del Rahbar.

Le parole dell’ex presidente sono da ritenere ancor più significative alla luce dell’avvicinarsi del rinnovo degli 86 seggi dell’Assemblea degli Esperti, di cui Rasfanjani è stato oltretutto a lungo presidente e della quale va pertanto ritenuto un insider. A febbraio infatti gli elettori sceglieranno i nuovi componenti, che sicuramente si ritroveranno in eredità dai predecessori delle linee guida, delle precise indicazioni, sulla possibile futura Guida Suprema. L’appuntamento acquisirà un’importanza particolare, dato che la lunga durata in carica dell’Assemblea (otto anni) rende molto plausibile un suo intervento diretto per la decisione del successore di Khamenei, e pertanto per l’elezione di un leader dai poteri smisurati. Fa infatti capo al Rahbar una quantità impressionante di prerogative: egli è comandante in capo delle forze armate, decisore in ultima istanza delle linee politiche adottate dalla Repubblica Islamica, supervisore del corretto funzionamento del sistema, tutore del presidente della Repubblica, che è formalmente nominato da lui e che gli risponde in ogni atto, oltre che titolare della nomina di cariche delicatissime come quelle degli alti gradi della magistratura. Dunque, la linea politica che seguirà la maggior parte degli eletti di febbraio sarà con ogni probabilità anche la corrente entro la quale ricercare il futuro Ayatollah, e dunque la consultazione rivelerà da che parte tira attualmente il vento in Iran.

Come al solito, la partita si giocherà tra le due anime della politica iraniana: da un lato vi saranno i rappresentanti dello schieramento più tradizionalista e conservatore, dall’altro i “moderati”, ma sarebbe più giusto definirli “riformisti”, vicini alle posizioni della Società dei Chierici Militanti, la formazione del presidente Rouhani. La politica in Iran è qualcosa di estremamente complesso: non va dimenticato che nelle dinamiche interne alla Repubblica Islamica l’attività pubblica è inscindibile dal fattore religioso. La disputa intellettuale è portata avanti sulle interpretazioni da dare ai principi fondamentali della nazione iraniana prima ancora che sulla natura dei principi stessi dello Stato. “Conservatori” e “riformisti” sono pertanto aggettivi applicati per rendere comprensibile il posizionamento relativo dei due schieramenti, ma non vanno presi alla lettera, definendo differenze di prassi piuttosto che di ideologia. Entrambe le parti riconoscono i basilari fondamenti su cui è stata costruita la Repubblica Islamica dal 1979 a oggi, ovverosia l’omogeneità religiosa, la compattezza culturale e la sacralizzazione del potere politico che, nonostante tutte le critiche legittime che si possano muovere alla realtà iraniana per spinose questioni come quella relativa all’eccessiva applicazione della pena di morte, hanno preservato negli ultimi anni l’Iran dall’essere investito dalle tensioni e dalle turbolenze che hanno sferzato tutti i paesi della “cintura dell’instabilità” che dalla Siria va fino all’Afghanistan. La contesa tra le due posizioni sarà comunque animata perché la vittoria dell’una o dell’altra parte condizionerà il futuro sviluppo della politica iraniana; il rientro del paese nel consesso internazionale e il suo forte avvicinamento alla Russia nell’ambito della coalizione formata dal Cremlino contro il terrorismo sono stati visti come fumo negli occhi dall’ala più oltranzista del movimento conservatore, fautore del proseguimento del braccio di ferro con l’Occidente prima ancora che dell’impegno a sostegno di Assad; inoltre, il previsto sbarco di capitali stranieri rischia di accentuare la frizione tra coloro che vedono di buon occhio che, mentre l’Iran si riapre al mondo, anche il mondo decida di riaprirsi all’Iran e i conservatori decisi a controllarne l’entrata, temendo (non senza ragione) la colonizzazione economica da parte dei rivali di ieri.

Lotta al terrorismo, sviluppo economico e trattative diplomatiche: si nota chiaramente come le questioni sul tavolo siano relative a dinamiche di lungo periodo, il cui sviluppo l’Assemblea eletta a febbraio potrà indirettamente condizionare. Recentemente, i “moderati” hanno aggiunto un’importante freccia al loro arco, dato che il pronipote della prima Guida Suprema Ruhollah Khomeini, il quarantatreenne Hassan Khomeini, ha annunciato ufficialmente l’intenzione di concorrere all’elezione di febbraio da candidato delle loro liste. Khomeini, che è da molti considerato vicino proprio a Rasfanjani, porta con sé una quantità di aspettative proporzionale al peso del suo cognome, che rischia di avere un’influenza decisiva, per quanto difficile da quantificare in termini di voti, nella contesa. Egli si è da sempre schierato contro gli “estremisti conservatori”, e la sua discesa in campo potrebbe potenzialmente rappresentare l’intervento indiretto della Guida Suprema attuale, che agisce in nome della continuità dell’azione intrapresa da Khomeini, nella contesa. La candidatura di Hassan, sostanzialmente, è da molti vista come la garanzia data da Khamenei all’operato dei “moderati”, una non troppo celata manifestazione di assenso per la loro linea politica.

Per prevenire eventuali lotte di potere che rischierebbero di logorare l’equilibrio delle istituzioni, sembra comunque che su consiglio del presidente della repubblica l’Ayatollah attuale sia disposto ad aprire in futuro a una modifica costituzionale, secondo la quale, in caso di incertezza nelle votazioni dell’Assemblea degli Esperti (cosa plausibile, dato che nelle elezioni di febbraio sembra difficile che uno schieramento conquisti una decisa maggioranza), sia possibile procedere alla nomina non di una Guida Suprema unica ma di un consiglio di “saggi” che ne faccia le veci, depositario delle medesime prerogative che ordinariamente competerebbero al Rahbar. Decisione che potrebbe essere quella più corretta: il rischio che si corre infatti è di assistere alla nomina di una figura che, venendo meno al concetto stesso del ruolo di Guida Suprema di tutta la nazione iraniana, sia essenzialmente rappresentativa degli interessi particolari di uno schieramento. Per l’Iran, dunque, la partita è delicata. Il proficuo lavoro svolto da Rouhani potrebbe essere tanto galvanizzato quanto compromesso dal voto di febbraio, in quanto l’immensa influenza dell’Assemblea degli Esperti è in grado di fungere da ago della bilancia sugli indirizzi politici del paese. La speranza è comunque nella via del dialogo tra le diverse posizioni che permetta di mediare tra ala “riformista” e ala “conservatrice” dell’Assemblea e che, al momento opportuno, di decidere in maniera ponderata sulla successione a Khamenei. Solo mantenendo la stabilità interna, infatti, l’Iran potrà continuare a essere il fattore d’equilibrio che è diventato nello senario regionale a seguito delle brillanti politiche condotte negli ultimi anni.