Nell’ultimo ventennio, l’ascesa economica dei due Paesi li ha portati a una sempre maggiore presenza negli scenari internazionali che ha espanso il numero di questioni su cui tanto Pechino quanto Nuova Delhi si ripropongono di aver voce in capitolo. Il tradizionale nodo dei rapporti sino-indiani, ovverosia la disputa sui territori contesi dell’Aksai Chin, nell’area del Kashmir, e dell’Arunachal Pradesh, Stato orientale dell’India rivendicato dalla Cina, ora appare come una questione relativamente secondaria all’interno del vasto schema di rapporti che lega le geopolitiche dei due Paesi. Le dinamiche dell’Oceano Indiano sono oggigiorno uno dei principali terreni di scontro diplomatico tra Pechino e Nuova Delhi. Nel progetto di Xi Jinping di costituzione di una versione moderna della “Via della Seta”, infatti, la componente marittima della nuova rotta commerciale sarà destinata a passare proprio attraverso le acque dell’Oceano Indiano. Il governo di Pechino mira ad espandere la propria penetrazione economica sui Paesi dello scacchiere indopacifico al fine di veicolare la propria influenza politica ed accrescere il proprio peso internazionale, mentre al tempo stesso l’India considera vitale la macroregione oceanica in quanto area di transito di buona parte dei suoi commerci e dei rifornimenti di energia vitali per la sua economia. Già nel 2005, in un articolo pubblicato sul numero di Limes di aprile, Margherita Paolini aveva colto chiaramente il punto, individuando le motivazioni principali che avrebbero portato a una contrapposizione sino-indiana negli spazi oceanici:

“le geostrategie energetiche di Cina e India hanno come priorità la costruzione dei rispettivi bastioni off-shore. Fra l’altro, essi costituiscono a garantire l’approvvigionamento ai relativi retroterra. Per Delhi la piattaforma oceanica è rappresentata dal Mar delle Andamane, fra Golfo del Bengala e Stretto di Malacca. Per Pechino, tutto il Mar Cinese è mare nostrum”.

Già nel 2005 il governo di Pechino vedeva circa il 70% dei suoi approvvigionamenti petroliferi solcare le sue acque provenienti dall’Africa e dai Paesi del Golfo Persico, e oggi l’India si affida alle rotte oceaniche per l’80% dei suoi traffici commerciali.

FILE - In this Oct. 21, 2012 file photo, an Indian girl poses for photos with an Indian flag at the Indo China border in Bumla at an altitude of 15,700 feet (4,700 meters) above sea level in Arunachal Pradesh, India. For more than 50 years, it has pitted India against China - a smoldering dispute over who should control a swath of land larger than Austria. Two militaries have skirmished. A brief, bloody war has been fought. And today, thousands of soldiers from both countries sit deployed along their shared frontier, doing little but watching each other. (AP Photo/Anupam Nath, File)

Una bambina indiana, dagli evidenti tratti orientali, con in mano una bandiera del suo Paese posa per una foto al confine sino-indiano. L’Arunachal Pradesh (hindi:अरुणाचल प्रदेश Aruṇācal Pradeś; cinese: 藏南 Zangnan) è uno Stato dell’India posto nell’estremo nord-est del Paese, e rivendicato dalla Cina. La popolazione dello Stato è divisa in 82 etnie. I gruppi tribali costituiscono circa il 65 % della popolazione e le etnie più popolose sono quelle dei tibetani, dei birmani e degli ahom. Le popolazioni tribali sono caratterizzate da tratti somatici tipicamente orientali – (Wikipedia)

Una teoria molto in voga tra gli analisti strategici occidentali afferma che la Cina potrebbe veicolare la propria penetrazione nell’Oceano Indiano attraverso la creazione di basi strategiche portuali dalla duplice valenza commerciale e militare in Paesi in cui la sua influenza è oggigiorno preponderante: tali basi, disposte dal Bangladesh all’Africa Orientale costituirebbero quella che è stata definita String of Pearls” in un rapporto del 2005 del Dipartimento della Difesa USA. Sebbene effettivamente la Cina abbia investito notevoli risorse nello sviluppo di infrastrutture portuali nei Paesi che si affacciano nell’Oceano Indiano, contribuendo a costruire i moderni attracchi di Chittagong (Bangladesh) e Hambantota (Sri Lanka), sino ad oggi l’unica base militare impiantata dalla Repubblica Popolare all’estero è stata quella attualmente in stato di costruzione in Gibuti. Nella stessa area dell’Africa Orientale, l’influenza geopolitica di Pechino è stata estesa principalmente attraverso la formula degli IDE (investimenti diretti esteri), che hanno reso la Cina la principale sviluppatrice delle infrastrutture logistiche di Tanzania, Eritrea e, soprattutto, Sudan, Paese che esporta verso la Repubblica Popolare il 70% del suo petrolio. L’India, in ogni caso, non è di certo restata a guardare: sebbene in maniera meno visibile rispetto a quella cinese, anche l’influenza di Nuova Delhi sui Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano ha conosciuto un notevole sviluppo negli ultimi anni. L’India ha stretto vincoli solidi con Seychelles e Mauritius, coi quali la collaborazione ha portato a un’espansione del raggio d’azione potenziale delle forze navali indiane nello scacchiere oceanico e ha di fatto imbastito una sua personale “String of Pearls complementare a quella potenzialmente sviluppabile dalla Cina. Seychelles, Mauritius e Maldive, infatti, sono destinate a diventare la sede di un complesso di 32 impianti radar che la Marina Indiana prevede di installare al fine di monitorare ad ampio raggio i movimenti dei vascelli militari negli spazi oceanici: questo dato apre a importanti considerazioni sul confronto navale sino-indiano, che oggigiorno rappresenta un ulteriore terreno di sfida tra le due potenze.

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La “string of pearls” Cinese e il potenziale Indiano

Lo sviluppo della People’s Liberation Army Navy (PLAN) cinese è principalmente rivolto al bilanciamento della tradizionale talassocrazia statunitense sull’Oceano Pacifico, ma la proiezione di potenza concessa alla Repubblica Popolare dallo sviluppo di una efficiente blue water navy capace di operare anche a grande distanza dalle basi ha spinto l’India allo sviluppo di un ambizioso piano di ammodernamento della propria flotta. Oggigiorno, India e Cina sono dedite principalmente alla costruzione di gruppi navali basati su portaerei: la PLAN ha recentemente dichiarato la sua prima nave di questo tipo, la Liaoning, completamente operativa e pronta al combattimento, mentre la Marina Indiana beneficerà nei prossimi anni di un programma di intensivo sviluppo e di investimenti per 61 miliardi di dollari finalizzati alla costruzione di 41 vascelli militari. Tra questi, il fiore all’occhiello sarà sicuramente rappresentato dalla Vikrant e dalla Vishant, imponenti portaerei destinate ad entrare in servizio rispettivamente nel 2018 e nel 2025, la seconda delle quali beneficerà inoltre di un apparato di propulsione nucleare. La strategia del bilanciamento reciproco indo-cinese sul piano dell’armamento navale è parallela a quella analogamente condotta sul versante geopolitico nell’area dell’Oceano Indiano: più che a pensare realisticamente a un conflitto, Pechino e Nuova Delhi tendono a sviluppare una strategia di fleet in being (“flotta in potenza”), ovverosia un apparato deterrente che funga da dimostrazione del loro interesse per la sicurezza delle rotte oceaniche e impedisca all’altro contendente di assumere una posizione di eccessiva potenza.

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La Liaoning, in cinese 中国人民解放军海军辽宁舰, ex-Varjag (Варяг, variago), spesso trascritto anche Varyag, seconda portaerei classe Admiral Kuznetsov, è stata varata nel 1988 con il nome di Riga (Рига, Riga), al crollo dell’Unione Sovietica fu trasferita incompleta all’Ucraina e successivamente venduta alla Cina venendo trasferita al rimorchio. Nel 2009 è stata completata la ristrutturazione della nave che ha così iniziato le prove in mare con nome di Shi Lang (83). L’11 settembre 2012 la nave è stata rinominata Liaoning (16) ed il 25 settembre è ufficialmente entrata in servizio come la prima portaerei della RPC, facendo divenire il Paese asiatico il decimo Stato a possedere questo tipo di naviglio – (Wikipedia)

Nei fatti, il quadro delineato ritrae una situazione decisamente delicata, che è indicativa della divergenza di interessi che divide oggigiorno due Paesi come Cina e India nello scenario dell’Oceano Indiano. Al tempo stesso, i due Paesi sono ben coscienti di dover pilotare in maniera adeguatamente sicura la transizione del baricentro geopolitico internazionale in atto e di dover mantenere aperta la via del dialogo, dato che accanto alla situazione di contrapposizione descritta, India e Cina sono accomunate anche da numerose convergenze di natura politica ed economica. Un interscambio bilaterale di 72 miliardi di dollari e la comune appartenenza ai BRICS, infatti, rappresentano fattori significativamente importanti da spingere verso un appianamento delle tensioni nell’area indopacifica. Pechino e Nuova Delhi hanno interesse a evitare lo sviluppo di un “Grande Gioco” nell’Oceano Indiano, e recentemente hanno condotto una serie di esercitazioni congiunte nell’area contesa del Ladakh per dimostrare la volontà comune di appianare le possibili ragioni di conflittualità. Le divergenze tra i due Paesi, in un certo senso, sono “parallele”: tanto la Cina quanto l’India hanno l’interesse a mantenere, nonostante le numerose contrapposizioni dialettiche registrate in diverse occasioni, un sistema di rapporti ordinato e controllabile. Numerose altre questioni compongono l’intricata relazione tra Cina e India: dopo aver analizzato il confronto strategico sull’Oceano Indiano, su L’Intellettuale Dissidente nelle prossime settimane si darà spazio a un’altra importante questione della moderna geopolitica asiatica, ovverosia il ruolo giocato dall’alleanza economico-politica tra Cina e Pakistan sugli equilibri regionali in generale e sulla dialettica sino-indiana in particolare.