Vi è un’irreversibile tendenza alla vacuità nel mondo politico contemporaneo; le contingenze storiche, l’evoluzione delle dinamiche istituzionali e lo scadimento generale della dialettica politica conosciuti dall’Occidente hanno fatto sì che negli ultimi due decenni siano stati pochissimi i leader capaci di imprimere un segno che andasse oltre le limitatezze del loro periodo storico e del loro cursus honorum, facendo in tal modo scuola, ponendosi come punto di riferimento e ispirazione per una corrente di pensiero autonoma e duratura. Se da un lato il nostro è il tempo dello svuotamento della politica e del riduzionismo vissuto da contese elettorali periodicamente relegate a relazione vìs a vìs tra candidato e pubblico, dall’altro proprio l’esasperazione di queste tendenze contribuisce alla caducità delle figure pubbliche, destinate a esaurire il loro ciclo in tempi più brevi rispetto al passato. Limitando il campo di analisi all’Europa, sono veramente pochi i leader che hanno saputo sfuggire a questa logica e, in un modo o nell’altro, sono destinati a far parlare di sé anche negli anni a venire. Tra questi, l’unico capo di Stato che è riuscito sempre a dimostrarsi all’altezza delle sfide lanciate dalla congiuntura interna, dagli scenari economici e dalla geopolitica è stato, nel corso dell’ultimo quindicennio abbondante, il presidente russo Vladimir Putin.

È una figura senza eguali nel panorama contemporaneo quella del leader del Cremlino, a cui sono da imputare le importantissime scelte e prese di posizioni che hanno consentito la resurrezione della Russia dopo l’incubo degli anni Novanta, al termine dei quali un paese prostrato da una crisi economica senza fine, depredato dagli oligarchi e abitato da una popolazione sempre più in miseria e afflitto da piaghe sociali tremende come l’alcolismo generalizzato sembrava aver imboccato un buio tunnel senza via d’uscita. Guardando retrospettivamente a ciò che la Russia era diventata al tramonto dell’amministrazione di Boris Eltsin, dimessosi nel 1999, e analizzando i cambiamenti radicali avutisi a distanza di diciassette anni non si possono non attribuire a Putin i meriti di aver saputo reindirizzare correttamente la marcia del paese, operando radicali cambiamenti in campo economico, rilanciandone le politiche diplomatiche, ricostruendone l’influenza internazionale e, cosa forse più importante, ricostruendo l’orgoglio nazionale russo inabissatosi dopo il drammatico default del 1998. Nella storia contemporanea delle grandi potenze, dopo la Seconda Guerra Mondiale, solo un altro leader è stato in grado di identificarsi in maniera tanto completa con la sua nazione alla stregua di Vladimir Putin e di operare in maniera tanto incisiva, riuscendo ad accelerare, se non a forzare coscientemente, il corso naturale degli avvenimenti, restituendo alla sua ferita patria un orgoglio che sembrava perduto: il Generale Charles De Gaulle, federatore della Francia Libera dopo la capitolazione del governo ai tedeschi nel 1940, traghettatore della nazione durante la difficile fase di transizione seguita alla Liberazione e, soprattutto, riformatore delle istituzioni e padre di una nuova Costituzione dopo il suo risoluto e carismatico intervento che permise una soluzione insperata alla crisi di Algeria del 1958, la quale stava trascinando la Francia sull’orlo del golpe militare e della guerra civile. È il filo rosso della grandeur a unire la storia personale e la parabola politica di Putin e De Gaulle, le cui vicende sembrano toccarsi a distanza di decenni per le diverse caratteristiche in comune tra le personalità dei due presidenti e, soprattutto, per alcune importanti convergenze tra la storia della Francia dei primi anni della Quinta Repubblica edificata dal Generale e quella attuale della Federazione Russa guidata dall’attuale leader del Cremlino.

Putin e De Gaulle, gli “uomini delle tempeste” che con la loro ascesa ai vertici dello Stato hanno contribuito a risolvere crisi sistemiche destabilizzanti per i loro paesi, hanno dato il meglio di sé nel pieno delle turbolenze. Ad accomunarli, innanzitutto, un carisma personale e un magnetismo comunicativo ineguagliati tra i leader loro contemporanei e una chiarezza di idee circa il ruolo da loro esercitato, declinabile nella rappresentanza assoluta dell’unità e della volontà della nazione, nella supervisione sull’azione del governo incaricato di portare avanti le questioni contingenti giorno dopo giorno e, soprattutto, nella conduzione attiva della politica estera, ritenuta tanto da Putin quanto da De Gaulle il principale viatico per l’accrescimento della grandeur e dell’influenza del paese, dunque di conseguenza terreno di competenza primaria del presidente. Non è un caso che il sistema istituzionale vigente oggigiorno in Russia sia parente diretto del prodotto delle riforme costituzionali golliste del 1958, le quali edificarono il sistema semipresidenziale poi esportato in Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica, ma dispiegato nel pieno delle sue potenzialità solo a seguito dall’ascesa di Vladimir Putin. Un regime istituzionale altamente articolato, nel quale le funzioni dell’azione di governo che maggiormente sono state sottolineate dall’opera di Putin e De Gaulle rientrano per necessità nel campo d’azione del presidente, il quale può in questi casi cimentarvisi al meglio. Da queste caratteristiche stesse della struttura istituzionale dei paesi da loro retti deriva la comune visione strategica della politica e della vita civile della nazione come un tutt’uno organico da parte di due leader che sono sempre stati in grado di costruire una relazione aperta, sincera e magnetica con i loro popoli, diventandone gli emblemi a livello internazionale ed ergendosi a figure di riferimento dei loro tempi. L’azione odierna in campo internazionale di Putin trae diverse ispirazioni dalle politiche intraprese da De Gaulle durante i suoi due mandati da presidente francese (1959-1969), e il presidente russo non ha mancato di riferirsi più volte all’operato del Generale, del quale ha sempre ammirato l’indiscutibile statura storica e l’impegno volto a mantenere intatta e stabile la sovranità della Francia e l’indipendenza della propria politica estera, che De Gaulle tradusse in diverse decisioni che destarono scalpore nell’epoca tesa della Guerra Fredda.

La visita storica di De Gaulle a Mosca nel 1966 segnò in tal senso uno dei massimi trionfi di una politica originale che portò la Francia a essere la prima tra le nazioni occidentali a ricucire i propri rapporti con l’Unione Sovietica nonché, in seguito, a riconoscere il governo della Cina comunista snobbata ai tempi dal resto delle nazioni della NATO. Primo grande alfiere del multipolarismo, De Gaulle non rinnegò la vicinanza preminente di Parigi al campo occidentale ma allo stesso tempo non accettò mai la logica imperante della deferente e incondizionata omologazione delle nazioni europee ai dettami degli USA e fu sempre un acceso sostenitore dell’idea di un’Europa indipendente che sapesse mantenere la propria autonoma influenza a livello internazionale, prendendo coscienza tanto del substrato comune sociale e storico tra i diversi paesi quanto delle fisiologiche differenze che le varie nazioni presentavano. De Gaulle, insomma, pensava a un’Europa libera che sapesse essere l’Europa delle nazioni, della quale anche la Russia avrebbe dovuto essere considerata come parte integrante. Putin ha più volte ripreso nei suoi discorsi questo concetto riguardante il Vecchio Continente compreso tra “Lisbona e Vladivostok”, al quale non danno tuttavia retta i miopi governanti di un’Unione Europea sviluppatasi nel corso dei decenni nella maniera opposta a quella prospettata dal Generale: essa si presenta come un’organizzazione degenerata a vuota struttura tecnocratica ed esclusiva, totalmente subordinata ai voleri di Washington per quanto riguarda la politica estera e, di conseguenza, guidata da oltre Atlantico verso una miope e controproducente contrapposizione a Mosca. Sulla scia del Generale, Putin ha assunto il ruolo di grande portavoce del multipolarismo contemporaneo, di rappresentante di un nuovo assetto internazionale che ha contribuito a edificare nel corso dei suoi mandati presidenziali attraverso l’applicazione di una visione d’insieme globale e razionale, incentrata sulla ricerca della collaborazione e della partnership economica con tutte le potenze regionali e i paesi di riferimento delle regioni d’interesse per le strategie politiche di Mosca. La Russia, restaurata a pieno diritto nel suo ruolo di potenza planetaria, gode di un’influenza progressivamente incrementale ed è vista come uno stretto alleato da tutti i paesi che sostengono il mantenimento della geopolitica multipolare; l’ascesa del suo leader ha avuto il risultato di rivelare al mondo l’ambiguità delle politiche USA e la fallacia di certe loro strategie. La fermezza nell’opposizione di Putin al programmato attacco militare statunitense contro la Siria di Assad nel 2013, che sarebbe stata una scelta dalle conseguenze catastrofiche, trova un precedente storico nelle durissime critiche rivolte da De Gaulle all’amministrazione Johnson negli anni Sessanta nel pieno dell’escalation dell’intervento americano in Indocina.

Putin e De Gaulle hanno saputo dunque ergersi al di sopra della mediocrità delle figure loro contemporanee e, imprimendo agli avvenimenti la forza delle loro convinzioni e di un energico dinamismo, hanno saputo rendere la Russia e la Francia soggetti, e non oggetti, della Storia. E mentre in Francia lo schieramento che pretende di portare avanti il pensiero del Generale e si autoproclama “gollista” è degenerato nella destra repubblicana di Juppé e Sarkozy, tristemente omologatasi dopo aver annacquato e in seguito svuotato il messaggio politico di De Gaulle, l’unico autentico gollista presente oggigiorno in Europa è Vladimir Putin. La forte confusione che regna nel panorama politico francese avrà sicuramente un’influenza preponderante sui destini delle elezioni presidenziali del 2017, alle quali il paese si avvicina in un contesto di crisi segnato dalla carenza di una leadership ben indirizzata: ora più che mai, la mancanza di uomini determinati e dalle idee chiare come De Gaulle e alcuni suoi degni successori, l’ultimo dei quali fu Jaques Chirac, rischia di farsi sentire e pesare enormemente sui futuri sviluppi della nazione in campo interno e internazionale.