Alla fine sono uscite fuori pure le mail a incastrare i vertici dell’ENI per l’affare nigeriano. La concessione per lo sfruttamento del giacimento Opl 245 – il più promettente dell’intero Stato, stimato in 9 miliardi di barili – è costata un miliardo e 92 milioni di dollari, eppure di questa somma solo 207 milioni sono andati al governo. Il resto è andato alla Malabu Oil & Gas dell’ex ministro del petrolio Etete in qualità di vero venditore. Il ministro, all’epoca ancora in carica, si era prontamente auto-assegnato i diritti sul giacimento per pochi milioni, attendendo il momento per riscuotere. Insomma una classica storia africana di corruzione dove lo Stato svende le sue risorse naturali a prezzi di saldo per la felicità del suo clan e delle multinazionali, consapevoli di dover sborsare all’uomo giusto per avere carta bianca sui loro progetti.

Da quando la magistratura italiana ha messo sotto indagine nel 2011 per corruzione internazionale l’allora presidente dell’ENI Paolo Scaroni, il suo braccio destro (ora presidente) Claudio Descalzi e il mediatore in Nigeria Luigi Bisignani, non è mai stato imputato loro di avere sottratto soldi pubblici o di essersi intascati parte del malloppo, ma di essere a conoscenza che la stragrande maggioranza dei pagamenti finivano nelle tasche di Etete e dei suoi prestanome. Ora è lecito e giusto che la magistratura svolga il suo lavoro e faccia chiarezza nei passaggi; ma è fin troppo evidente che per fare affari miliardari in Africa (o da qualsiasi altra parte del cosiddetto Terzo mondo) bisogni “oliare” qualche ingranaggio. Infatti ciò che per le grandi corporation anglo-americane finisce rubricata come lecita e legale “commissione”, da noi è immediatamente intesa come tangente. Nel frattempo l’altro partner dell’affare – la Shell – non risulta indagato dalla magistratura olandese. Sembra insomma di rivedere in diversi termini quell’indagine che azzerò i vertici di Finmeccanica (e relativo affare) dopo la scoperta che si erano pagate delle tangenti per vendere gli elicotteri in India. Pare insomma che i due più importanti asset strategici nostrani – ENI e Finmeccanica – siano tra gli obiettivi più ricercati dalla magistratura, pronta a tirar fuori tutto il marcio che si nasconde tra le pieghe di affari miliardari all’estero; un accanimento che potrebbe sembrare masochistico, se non nascondesse forti pressioni esterne di natura geopolitica. Lo scopo non tanto velato è quello di escluderla dal mercato del gas europeo; punirla per la forte collaborazione con Gazprom che tanto indispettisce Bruxelles e Washington.

Brevissimo è stato l’idillio tra Descalzi e il premier Renzi; non tanto per l’odore di corruzione che già aleggiava in seguito dell’affaire nigeriano, ma per inconciliabili visioni sulle priorità nazionali. L’ENI, dettando la vera politica estera italiana, ha visto svanire prima la propria posizione privilegiata in Libia e poi la cancellazione del South Stream, che avrebbe di fatto reso la penisola l’hub mediterraneo del gas. L’ENI però ha un altro asso nella manica: l’immensa concessione del giacimento scoperto recentemente in Egitto, ma sempre in accordo con Mosca. In questa ottica appare molto più comprensibile l’inspiegabile dietrofront di Renzi sul rinnovo automatico delle sanzioni alla Russia. Non per un repentino sussulto di pragmatismo nazionale, ma come perfetto specchietto per le allodole: il premier che batte i pugni sul tavolo europeo serve ad aumentare il consenso in un governo che ha abdicato a qualsiasi velleità di autonomia negli affari esteri; il vero scopo è strappare un minimo di flessibilità in più sul bilancio. Non a caso, mentre per l’ENI è valso il ferreo divieto di Bruxelles di incrementare l’acquisto di gas russo, la Germania vorrebbe raddoppiare il North Stream. L’intervento del premier quindi non è affatto un inatteso endorsement nei confronti di Putin ma, anzi, serve a compattare l’opposizione a questo progetto tedesco che già trova la contrarietà dei Paesi dell’est e di Washington. Infatti ieri le sanzioni sono state rinnovate di altre sei mesi senza che l’Italia (e nessun altro) utilizzasse l’opzione scritta. Cui prodest?