Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

A fronteggiare la “mezzaluna sunnita” (Qatar, Turchia e Arabia Saudita) sostenuta da Stati Uniti e Israele, saranno l’Iran degli Ayatollah, la Siria alawita, l’Iraq del premier sciita Haider al Abadi e il partito libanese Hezbollah. A riferirlo da New York è stato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che prima di incontrare il suo omologo americano John Kerry ha confermato l’obiettivo concreto di “raccogliere informazioni e unire gli sforzi contro lo Stato islamico”. L’agenzia stampa russa Interfax ha scritto che Mosca, Damasco e Teheran costituiranno un centro d’informazioni congiunto a Baghdad che potrà essere usato in futuro per coordinare operazioni militari contro Daesh. L’annuncio giunge alla vigilia dell’incontro previsto a New York fra il presidente americano Barack Obama e quello russo Vladimir Putin, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante il quale il capo del Cremlino, come anticipato in un’intervista all’emittente televisiva statunitense Cbs, ribadirà la volontà di appoggiare il governo legittimo di Bashar Al Assad per sconfiggere i soldati ribelli e superare la crisi siriana.

La nascita della “mezzaluna sciita” risulta ancora più singolare perché vengono messe da parte le ostilità storiche tra questi Paesi di fronte a tre nemici comuni: l’Isis, Israele e gli Stati Uniti. L’alleanza tra la Siria bathista e l’Iran post-rivoluzionario dura ormai da più di un quarto di secolo e si riconferma nuovamente in un momento cruciale per il Medio Oriente, e malgrado le discrepanze ideologiche, etniche e religiose che esistono tra i due Paesi (i primi laici, arabi e in maggioranza sunniti; i secondi teocratici, persiani e di religione sciita). L’Iran, attraverso la milizia libanese di Hezbollah e i reparti scelti dei Pasdaran, sostiene l’attuale governo di Damasco nella guerra contro i soldati dell’Isis e di Jabhat Al Nusra.

Ma la “mezzaluna sciita” si consolida soprattutto per il recente allineamento dell’Iraq, a quattro anni dal ritiro militare statunitense. Per decenni i rapporti tra il governo di Baghdad e quello di Damasco sono stati freddissimi. Innanzitutto per la rivalità negli anni Sessanta tra il partito Baath iracheno e quello siriano che si sono contesi il primato nel mondo arabo. In secondo luogo per l’inimicizia personale tra Saddam Hussein Hafez Al Assad. La Siria si schierò immediatamente con Teheran nel conflitto Iran-Iraq, tanto da interrompere le relazioni diplomatiche chiudendo il confine nel 1982. Addirittura nella prima guerra del Golfo (1990-1991) quando il governo di Baghdad decise di invadere il Kuwait, il presidente Hafez Al Assad mandò un contingente militare nella coalizione internazionale guidata daWashington. Le prove tecniche per una riconciliazione tra i due Paesi sono inziate conBashar Al Assad che alle Nazioni Unite adottò una posizione di rifiuto nei confronti dellaguerra anglo-americana contro l’Iraq (seconda guerra del Golfo). La caduta di Saddam Hussein nel 2003 e la seguente elezione di Nouri Al Maliki nel 2005 hanno effettivamente modificato sensibilmente l’integrazione dell’Iraq in quest’alleanza regionale. Da nemico giurato, l’Iraq è entrato progressivamente sotto la sfera di influenza degli Ayatollah. Al Maliki, infatti, l’uomo forte della dissidenza irachena, fu esiliato e condusse la resistenza contro Saddam Hussein proprio da Teheran, città nella quale strinse solidi rapporti con il clero e il governo iraniano.

L’elezione un anno e mezzo fa di Haider al Abadi, anche lui sciita, si è iscritta in perfetta continuità con il suo predecessore, non a caso appena insediatosi al governo c’è un raffreddamento con gli Stati Uniti. Il premier Abadi chiese aerei da guerra per combattere l’Isis: quelli russi arrivarono subito mentre gli F-16 americani sono stati centellinati solo quest’anno. La guerra di Daesh contro lo Stato siriano, così come la creazione dello Stato Islamico al nord dell’Iraq, sono stati gli acceleratori della costruzione di una mezzaluna sciita patrocinata dalla Russia di Vladimir Putin. Ora a perdere terreno in Medio Oriente non sono soltanto gli Stati Uniti e Israele, ma soprattutto i loro alleati sunniti: Arabia Saudita, Qatar, e Turchia.