“Non si può capire la Russia con la mente, nella Russia si può soltanto credere” (Tjutčev)

Mosca e San Pietroburgo non sono la Russia. Sembra banale ma è giusto sottolinearlo, soprattutto se parliamo di un Impero multietnico con ben 11 fusi orari. Mi scuserete l’uso della prima persona, mi concedo questa eccezione perché mi aiuta a riordinare le idee di questo breve ma intenso soggiorno. Ci prepariamo dunque ad un “viaggio al principio” e non al termine di una terra immensa che non conoscevo direttamente a parte qualche lettura sparsa. Le ultime sull’argomento che mi hanno spinto a scegliere questa destinazione – oltre alla mia passione per la storia dell’Unione Sovietica – sono state “Il Grande Gioco” di Peter Hopkirk e “Lettere dalla Russia” di Astophe De Custine. A colpirmi è stato il modo in cui gli europei guardavano ad Est. Nell’epopea anglo-russa in Asia centrale c’è un capitolo dove il giornalista inglese racconta così l’incontro tra la Regina Vittoria e lo Zar Nicola: “Vittoria, che aveva allora venticinque anni ed era in avanzato stato di gravidanza, si aspettava quasi di veder apparire una sorta di tartaro selvaggio […]. Alla fine però la regina fu colpita dal suo ospite. ‘E’ certamente un uomo eccezionale – scrisse allo zio il 4 giugno – e ancora molto piacente. Il suo profilo è bello, le sue maniere straordinariamente solenni e aggraziate, è estremamente cortese, quasi troppo, tant’è pieno di premure e di politesse’. […] Comunque sia è una persona con cui è facile andare d’accordo” (capitolo “Il ritorno del Re”). Non ho mai avuto pregiudizi sui popoli e sulle loro tradizioni, anzi, la maggior parte delle volte vengo assalito dalla curiosità e da un religioso rispetto. Così prima di atterrare a Mosca non mi sono fatto influenzare nemmeno un po’ da quelle lettere dell’aristocratico francese De Custine, il quale dipingeva una Russia tirannica abitata da gente servile. La verità è che la terra prima degli Zar poi dei Soviet, è una terra che si è sviluppata di pari passo con la storia europea degli ultimi secoli (a partire dal Settecento). Mosca e San Pietroburgo, per geografia, architettura, stile di vita, senso civico, sono  città “europee” (in senso generale sia chiaro, non voglio addentrarmi sull’argomento) a tutti gli effetti. Che poi era la volontà degli ultimi Romanov: iscrivere il destino nazionale nel contesto continentale. Senza complessi di inferiorità, ovviamente, non a caso l’alfabeto cirillico è servito proprio a conservare le specificità russe e a tracciare un confine sottilissimo con l’Europa (questo viene fatto ancora oggi, pensate all’uso di Telegram, il Facebook russo, ecc.).

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Il peso della storia è ad ogni angolo di Mosca e di San Pietroburgo (nonostante quest’ultima sia una città molto più recente). Nel tragitto che conduce dall’aeroporto al centro della capitale già si vedono al lato della strada due cavalli scolpiti col marmo che segnano il punto in cui si fermarono i soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Poi all’improvviso si spalancano le mura del Cremlino e le cupole colorate. La città moscovita è un gioiello conservato alla perfezione da governanti e residenti. Di polizia in giro ce ne sta pochissima, per terra non c’è l’ombra di gomme da masticare, cartacce o mozziconi di sigaretta, sui muri non ci sono graffiti. Così in centro come in periferia. Per strada si percepisce un grande rispetto e un senso di orgoglio della e per la città in cui si vive. I russi sono difficili da capire, innanzitutto perché non parlano l’inglese, diolibenedica, poi perché quello russo appare come un popolo scolpito dal freddo e dal peso della storia. Non sono accoglienti ma nemmeno maleducati. Non gesticolano molto, non urlano, non si atteggiano. Negli spazi pubblici hanno un modo di fare molto garbato, serio, decente, retto, le donne vestono molto bene, gli uomini un po’ meno ma non sono mai volgari nell’abbigliamento. La cultura societale americana non è penetrata come speravano in molti dopo la caduta del muro di Berlino. 

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Questo (non) è avvenuto perché c’è molta fierezza russa e senso di appartenenza. Lo vedi facendo la fila, chilometrica, nei luoghi cosiddetti “turistici”. Sei l’unico straniero in coda, la maggior delle persone intorno a te sono russi. Vengono dalle città lontane per visitare l’epicentro dell’impero. E il governo punta molto su questo culto della memoria. Non esiste “damnatio”. Il passato è stato storicizzato, tutte le epoche fanno parte della Russia, tutti i protagonisti fanno parte di questo romanzo nazionale incredibile. Ecco perché di cose da vedere e contemplare ce ne sono tante. I palazzi costruiti negli anni Trenta con i simboli della falce e il martello e della stella rossa scolpiti sul cemento, la Duma, le chiese innalzate nell’epoca zarista, le case dei grandi romanzieri, da Tolstoj a Dostojevski, il mausoleo di Lenin, la tomba di Stalin, il cimitero di Novodevičij, la prospettiva Nevski cantata da Franco Battiato, il museo dedicato all’eroe nazionale Gagarin, i palazzi imperiali e la cattedrale che racchiude le tombe dei Romanov, l’incrociatore Aurora rimasto nelle acque pietroburghesi, i luoghi cardine della Rivoluzione Sovietica, dalla stazione Finlandia dove cominciò tutto fino alle sedi dei Soviet. Mosca e San Pietroburgo non sono paragonabili perché completamente diverse fra loro. Una cosa è certa: vanno visitate entrambe. 


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La damnatio memoriae non esiste oggi come non è esistita quando i vertici sovietici arrivarono nella gelida San Pietroburgo. Pensate che a differenza dei giacobini in Francia, i rivoluzionari bolscevichi non vennero assaliti da una furia iconoclasta. Le tombe dei Romanov e le chiese ortodosse non vennero prese d’assalto e profanate. L’unico caso clamoroso fu quello della cattedrale di Cristo Salvatore che il 5 dicembre 1931, su ordine di Stalin, venne fatta saltare in aria e ridotta in rovine. L’obiettivo era costruire una casa per il popolo con piscina comunale (la Cattedrale è stata ricostruita ed è in ottimo stato).  La mia opinione personalissima è che il substrato della Rivoluzione Russa è stato profondamente cristiano. Non a caso Joseph Stalin, prima di diventare uno dei più grandi esponenti del bolscevismo, era un seminarista. E così molte persone che presero parte al sollevamento popolare. Chissà se i russi non vedevano nel comunismo uno stadio avanzato del cristianesimo. Come se fossero la stessa cosa. Oggi la “terza Roma” è risorta. Fa impressione la fede  religiosa dei russi. Ad emozionarmi è stata la devozione delle donne. Prima di entrare in chiesa tirano fuori dal borsello un fazzoletto, se lo mettono sul capo, pregano sulle icone, poi escono, e rimettono il fazzoletto nel borsello. E’ un cristianesimo misterioso che unisce Oriente e Occidente. 

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Ma la storia ha una gerarchia e le sue regole. Il suo mausoleo di Lenin è al centro della Piazza Rossa. Fuori dalla costruzione di marmo c’è la tomba di Stalin con un mezzobusto sulla lapide. Appena morto nel 1953 era stato messo accanto al patrono della Rivoluzione, poi Krusciov pensò di metterlo a margine e lì e rimasto. Ma il suo lascito è ancora impresso nell’immaginario collettivo, nonostante lunghi anni di destalinizzazione. Come cancellare l’epopea di un uomo qualunque nato e cresciuto nella periferia della periferia dell’impero, in Georgia, che ha attraversato un intero Paese fino a sconfiggere l’intellighenzia cosmopolita di San Pietroburgo rappresentata da Trotsky? Come  eliminare la memoria di un uomo che ha replicato la resistenza contro Napoleone con la grande guerra patriottica? Siccome la saggezza è popolare sono andato in un mercatino di antiquariato a situato a nord di San Pietroburgo. Era ora di pranzo, i vecchietti nostalgici mangiavano zuppe calde e bevevano vodka  dietro ai loro banconi ricoperti da oggetti risalenti all’epoca sovietica. C’erano elmetti, mimetiche, colbacchi, spille, borracce e qualche mezzo busto di Lenin e Stalin. Di Krusciov, Gorbaciov ed Eltsine nessuna traccia. 

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