Non uso mai la prima persona nei miei articoli ma questa volta faccio uno strappo alla regola.

Vado allo stadio una decina di volte l’anno anche perché in Italia telecronaca (Sky) e giornalismo sportivo (Tiki Taka, Rivista Undici, Sky Club) narrano l’epica del calcio in modo esemplare. Così l’altra sera mi sono ritrovato in Tribuna Tevere con mio padre e un panino salsiccia, maionese e peperoni, a vedere la partita di Champions League Roma contro Real Madrid. C’erano i grandi campioni del pallone moderno, Cristiano Ronaldo, Jesé, James Rodriguez, c’erano i fuoriclasse, Perotti e Modric, c’era intelligenza tattica, c’era il palleggio a centro campo, ci sono state tante occasioni da gol da una parte e dall’altra.

Eppure nonostante i quasi 70mila spettatori presenti all’Olimpico mancava qualcosa. Mi volto verso la parte sinistra degli spalti: la storica curva Sud vista e rivista dal vivo nei derby capitolini non c’era più. Così nei novanta minuti di gioco è mancato il calore umano dello stadio, gli stornelli romani, i cori, gli sfottò, gli striscioni, i colori. Un senso di angoscia e di malessere per un “occasionale” come me, figuriamoci per chi il calcio lo vive come fosse una messa.

Tornato a casa mi sono informato meglio sulle ragioni della protesta, non essendo io, un conoscitore dell’universo “ultras”. In primis c’è la militarizzazione dello stadio, con aumento dei prefiltraggi, dei controlli e soprattutto con l’ingresso nel settore delle forze dell’ordine, da sempre rimaste fuori se non in borghese ed ora in presidio stabile sulle scalinate. E poi c’è la divisione letterale dell’intera curva in due parti da 3mila700 posti a sedere. In poche parole: la Sud come l’avevamo vista per decenni forse non la vedremo più a meno che il prefetto di Roma non cambi idea.

“Gli stadi italiani devono diventare luoghi di civiltà” dicono a gran voce i sacerdoti del calcio moderno, il più delle volte, guardando all’estero. Eppure c’è chi in Europa sta molto peggio di noi, come la Francia, terra dei Lumi, della Ragione e della Libertà. Agli ottavi di finale di Champions League la squadra di casa, il Paris Saint-Germain, sta vincendo per 1 a 0 contro il Chelsea che prova in tutti i modi a trovare un gol che fuori casa vale doppio. Calcio d’angolo di Wiliam, spizza di testa Diego Costa e il centrocampista Obi Mikel arrivato da dietro la butta dentro. Ad un certo punto, nel settore dei tifosi della squadra londinese in festa, si avvicinano alcuni agenti della polizia francese che brandiscono bombolette di gas lacrimogeno sparandoglielo addosso (qui ilvideo). Vietato esultare. Se in Italia il tifoso viene considerato un becero teppista in Francia subisce il trattamento del terrorista. Se questa è civiltà allora meglio i capi ultras tatuati dalla testa ai piedi a cavallo sulle ringhiere che per novanta minuti non guardano mai la partita per coordinare cori e coreografie. Loro almeno, a differenza dei burocrati, conservano un minimo di umanità. 

Articolo pubblicato su Il Giornale