Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

L’America è il laboratorio della Modernità. Essere anti-americani non significa nulla se prima non si scinde, come ha fatto il grande sociologo Christopher Lasch, la massa dall’élite. Seppur giovane, la nazione statunitense ha conosciuto nei suoi due secoli di storia tutta una serie di passaggi che l’hanno trasformata radicalmente sino a modificarne la natura stessa. In realtà per anni e sullo stesso territorio hanno convissuto due anime in contrasto fra loro. Da una parte lo spirito capitalistico fondato sul potere finanziario delle grandi famiglie come i Morgan, i Rockefeller, i Rothschild, i Lehman; dall’altra, quello fondato su lavoro e redistribuzione di Henry Ford, ideatore della fabbrica automobilistica più produttiva del mondo. Così anche la spettacolarizzazione di Hollywood è entrata in contrasto con la semplicità ed il realismo di Ernest Hemingway. Da una parte gli anti-imperialisti e gli isolazionisti come lo scrittore Mark Twain, il critico letterario Henry James, il filosofo John Dewey ed il poeta Edgar Lee Masters, dall’altra l’America della “dottrina Monroe” e guerrafondaia dei neocon. E poi lo strapotere di Wall Street di fronte alla lirica dei Cantos di Ezra Pound. Le grandi metropoli, Chicago, Boston, New York, contrapposte alle terre desolate, immense, raccontate dallo scrittore statunitense Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi.

Quell’America populista, religiosa, conservatrice, isolazionista, rozza, pragmatica, lavoratrice, liberale (che crede nelle libertà individuali), riflesso della cultura tradizionale di una middle class che sta scomparendo negli anni ha lasciato così spazio alla modernità galoppante cavalcata dai club finanziari e culturali che possiedono una visione del Paese sradicata, vale a dire messianica, espansionista, cosmopolita, metropolitana, per sua natura, legata al mondo del denaro e degli affari. Quella stessa élite “traditrice” dello spirito profondo americano identificata da Christopher Lasch e che oggi nel nome del progresso e dei diritti umani esporta il suo modello socio-economico e morale nel mondo intero. Infatti tutto quello che avviene Oltreoceano si scaglia dieci, venti, trenta, quarant’anni dopo su noi europei: le mode, gli usi, i costumi, gli oggetti di consumo, le tendenze, i movimenti, le idee, i modelli culturali.

Tutto iniziò con l’arte. Luca Giannelli nel libro New York Confidential (Circolo Proudhon Edizioni), definito da Stenio Solinas “il saggio più illuminante sinora apparso su avanguardia, modernità e intellettuali in America, dalla scuola di Chicago appunto, alla Pop Art”, spiega come negli anni Quaranta il passaggio da Parigi a New York come capitale mondiale dell’arte, e la divulgazione dell’astrattismo in contrapposizione al realismo tanto caro alle dittature, fu strumentalizzato dalle élite statunitense per mostrarsi agli occhi dell’Europa come un’avanguardia culturale e una democrazia avanzata. Così scrive Giannelli, le riviste, i galleristi, i musei nascenti marginalizzarono proprio quell’America “western e antimetropolitana, celebrata dal cinema ma liquidata come ‘provinciale’ nei salotti di Manhattan, accusata di essere provinciale, povera di ‘gusto’ e di ‘stile’, ingredienti essenziali dell’Arte con la A maiuscola”. Arte a parte, arrivò il resto.

I club finanziari inventarono il Piano Marshall, poi la Scuola economica di Chicago di Milton Friedman proclamò la deregulation per tutti, che naufragò nel 2007 con la crisi dei subprime. Nessuna frontiera ha potuto fermare capitali e merci. Così sono arrivati servizi e prodotti industriali americani insieme alle loro ideologie propagandate dall’industria culturale dell’entertainment: i poster, il flipper, il juke-box, il rock, i gadget i jeans, il junk food, la coca-cola, i reality show, il rap, la pornografia, facebook, l’apple. È il progresso, dicevano. Abbiamo accettato senza opporre nessuna resistenza tutte le idee che provenivano d’Oltreoceano. In politica, il bipolarismo, le primarie di partito, la cultura dei club o il lobbismo dietro al parlamentarismo, e ancora, il grande capitale a sostegno delle campagne elettorali. Nel sociale invece abbiamo interiorizzato quella che il polemista statunitense Robert Hughes chiamava nei suoi manoscritti “la cultura del piagnisteo”, vale a dire “l’ossessione per i diritti civili e l’esaltazione vittimistica delle minoranze” ereditata dal liberalismo degli anni Sessanta. Così in Europa arrivò prima il femminismo delle suffragette, poi i gender studies della filosofa americana Judith Butler ed infine l’omosessualismo militante. Il recente voto della Corte Suprema che sancisce il diritto alle coppie omosessuali di sposarsi è in realtà un progetto iniziato nel 1969 con i moti di Stonewall a New York quando i poliziotti statunitensi irruppero nel bar gay situato a Christopher Street nel Greenwich Village dove iniziarono gli scontri. Da lì, giugno è diventato il mese della kermesse arcobaleno organizzata dalla lobby QILGBT (Queer, Intersessuali, lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans) e sponsorizzata da tutta una serie di multinazionali d’Oltreoceano (Twitter, Uber, Facebook, American Airlines, Google, Youtube, Instagram, ecc.). “Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”, cantava Franco Battiato. È il progresso, bellezza!