In questo ultimo decennio due elementi hanno fatto da collante tra i poli opposti della politica: la rivendicazione della sovranità nazionale e il populismo come nuova forma consensuale. La nascita o il successo elettorale di schieramenti partitici programmati per combattere lo status quo (atlantista e/o europeista) è riuscito a minacciare improvvisamente il sistema delle élite senza però vincere il duello democratico. La capacità del potere costituito di rigenerarsi di fronte all’avanzata dei “populismi” (vedi la nomina di Matteo Renzi in Italia) ha demoralizzato quelle forze politiche che dal nulla sono riuscite a conquistare la doppia cifra percentuale (dallo Ukip di Nigel Farage al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo passando per Podemos di Pablo Iglesias e Fidesz di Viktor Orban).

Oggi il “sovranismo”, da movimento di idee trasversale e trans-ideologico, rischia nuovamente di circoscriversi nella dicotomia destra/sinistra e fallire definitivamente. Nella galassia neo-conservatrice e populista c’è chi come Pegida in Germania, Geert Wilders in Olanda o la Lega Nord di Matteo Salvini in Italia cavalca l’islamofobia – soprattutto dopo gli attentati in Francia – in favore di quello scontro di civiltà comodo alle potenze straniere e chi invece come il partito polacco Diritto e Giustizia (vincitore alle ultime elezioni) pur essendo ultranazionalista ed euroscettico continua ad essere anti-russo e filo-americano. Dall’altra parte invece quegli schieramenti politici appartenenti al cosiddetto mondo “progressista” si stanno rivelando uno dopo l’altro dei “simulacri del comunismo” perfettamente organici al disegno liberal-capitalista. In Grecia Alexis Tsipras ha ceduto sull’euro piegandosi ai trattati europei, in Inghilterra Jeremy Corbyn ha regalato i suoi voti a David Cameron per bombardare la Siria, in Italia il Movimento 5 Stelle rischia di diventare la stampella del Partito Democratico in materia di diritti civili.

Mentre in Francia il Front National, reduce alle ultime regionali di un consolidamento elettorale iniziato dal successo delle presidenziali del 2012, oscilla tra conservazione dello status quo e rovesciamento delle élite. Marine Le Pen ha fatto suo lo slogan “ni droite ni gauche” (né destra né sinistra)  e a differenza del padre Jean Marie -che si è limitato alla contestazione fine a sé stessa, ha trasformato il partito in una macchina da guerra che mira alla conquista dell’Eliseo. Il nuovo Front dialoga con la comunità musulmana su basi nuove (distingue immigrazione e immigrazione clandestina, Islam e terrorismo), difende gli interessi di operai, agricoltori, allevatori e piccoli imprenditori, si oppone alle guerre statunitensi, guarda alla Russia di Putin in vista di un mondo multipolare, attira nel suo campo i marxisti che votavano per il Partito Comunista Francese. Ma prima di associarla a Giovanna D’Arco è bene vedere se in futuro Marine Le Pen sarà in grado di essere il leader di tutti i francesi indipendentemente dal conto in banca, dall’etnia di provenienza e dalla confessione religiosa. La vera sfida è quella di riuscire a costruire l’alleanza “impossibile” e anti-sistemica tra classe media e ceto produttivo, tra neo-marxisti e patrioti, tra musulmani figli dell’immigrazione e tradizionalisti. Se il Front National va a destra sarà la vittoria di quel sistema che a parole dice di combattere, se andrà dal basso verso l’alto vorrà dire che la via tracciata dai francesi dovrà essere quella di tutti i sovranisti europei.

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