Il capolinea del conflitto siriano è vicino. Gli attentati terroristici prima a Beirut e poi a Parigi sono la prova che il Califfato sta arretrando sia in Siria che in Iraq e dopo l’intervento militare russo non gode più dello stesso sostegno – mediatico, economico e diplomatico – che inizialmente gli era stato promesso dalle cancellerie occidentali. Questi attacchi nel cuore di due capitali coinvolte direttamente nel territorio controllato in parte dai jihadisti – la milizia libanese di Hezbollah combatte al fianco del governo di Damasco, mentre la Francia fa parte della Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti – rappresenta il colpo di coda, la vendetta, prima della resa finale. L’Isis perde la guerra convenzionale e ricorre alla mano invisibile del terrorismo.

Ecco che le carte sul tavolo della comunità internazionale, all’improvviso, si rimescolano. Ora la maggior parte delle potenze che hanno combattuto per quattro anni Bashar Al Assad cercano di saltare, seppur con posizioni moderate, sul carro del vincitore russo (e siriano). In Francia, i 4 leader del centro-destra Dominique de Villepin, François Fillon, Alain Juppé e Nicolas Sarkozy (volato persino a Mosca per incontrare il capo del Cremlino), dopo aver votato a Bruxelles le sanzioni, hanno dichiarato ciascuno per parte sua che è assurdo inimicarsi la Russia e non riconoscere la sconfitta in Siria (una delegazione di parlamentari è persino andata a Damasco per dialogare con il leader alawita). La Germania invece, neutra fin da subito, ora si espone con tesi favorevoli al dialogo con Mosca e Teheran. Negli Stati Uniti si fanno avanti i primi dissidenti della politica estera guerrafondaia, come il senatore repubblicano Rand Paul, figlio di Ron, che ha ammesso pubblicamente la connivenza del suo Paese nella creazione dell’Isis. Anche in Italia personalità affermate di destra come di sinistra escono allo scoperto offrendo pieno sostegno alla diplomazia del Cremlino, tra questi Massimo D’Alema, Enrico Letta, Romano Prodi. Lo stesso presidente turco Receep Tayyip Erdogan che dal G-20 di Antalya – monopolizzato dal tema della sicurezza – ha lanciato un duro messaggio all’Isis dopo averlo sostenuto e lasciato fare per tutti questi anni. E perfino Barack Obama dopo i toni violenti usati contro Putin si ritaglia quei venti minuti con lui a margine dell’incontro per salvare la pelle.

I “cambi di casacca” non faranno altro che consacrare il ruolo internazionale della Repubblica islamica dell’Iran e della Federazione russa, due attori che la stampa occidentale presentava, soltanto meno di sei mesi fa, come isolati e condannati alla recessione economica, due potenze che sono ormai le prime forze militari, rispettivamente a livello regionale e globale. Quanti ripensamenti, ora che tutto cambia. C’è chi si lava le mani, chi prova a nascondere anni e anni di complicità con il terrorismo, e chi invece prova a riciclarsi politicamente saltando sul carro del vincitore. Gli ultimi arrivati giocano sulla memoria corta delle persone, il nostro dovere da giornalisti è ricordare da dove provengono.

Articolo pubblicato su Il Giornale