Articolo pubblicato su Il Giornale

Quel che è di Cesare è stato dato a Cesare, quello che appartiene a Dio anche. Il governo della Federazione Russa non ha dubbi sull’identità dei gruppi Isis e Al Nusra che a dicembre scorso sono stati inseriti nella lista nera del terrorismo. Le autorità musulmane russe invece hanno emesso una fatwa (condanna religiosa) che definisce “criminali e nemici dell’Islam” i fedeli che si abbandonano all’ideologia mortifera del jihadismo che sta seminando morte nel Vicino e Medio Oriente. Di fronte a queste posizioni politico-religiose il Presidente della Repubblica cecena Ramzan Kadyrov ha così chiesto al suo alleato Vladimir Putin di inviare le unità cecene per combattere lo Stato Islamico in Siria. “Come musulmano, ceceno e patriota russo, voglio dire che nel 1999, quando la nostra Repubblica è stata invasa da questi demoni, abbiamo giurato sul Corano che li avremmo combattuti ovunque si trovino”, ha detto il leader in un’intervista rilasciata a radio RSN e riportata da Russia Today. Le dichiarazioni arrivano dopo la notizia di qualche mese che ha confermato la partecipazione di oltre 200 ceceni in Siria, al fianco dei miliziani dell’Isis, contro il governo legittimo di Bashar al Assad, alleato strategico di Kadyrov nella regione. Ormai dalle parti di Grozny, capitale cecena, si è certi che una volta finita la guerra potrebbero riversarsi in Russia passando proprio dal Caucaso, in particolare dalla Repubblica del Dagestan dove c’è l’Emirato islamico Walayat Qawqaz,il quale attraverso il suo leader Abu Muhammad al Qadari, al secolo Rustam Asilderov, ha giurato fedeltà all’Isis.

Se fino a qualche anno fa era quasi impossibile viaggiare tra gli staterelli caucasici della Cecenia, del Dagestan, dell’Inguscezia e di Kabardino Balkaria, oggi grazie all’alleanza traVladimir Putin e Ramzan Kadyrov, il figlio di Ahmad Kadyrov, uno dei primi leader del separatismo ceceno, ucciso nel 2004, e sottoscritta alla fine della seconda guerra d’indipendenza, la regione è diventata un luogo più o meno sicuro. Eppure, dietro ai ritratti dei due leader affrescati sulle facciate e le pareti degli edifici disseminati nelle cittadelle in ricostruzione che vegliano su una situazione apparentemente sotto controllo, c’è una guerra segreta condotta dall’Fsb (ex Kgb) che è riuscita in pochi anni a colpire i leader islamisti dell’Emirato Islamico. Nell’aprile del 2014 il Cremlino ha dato per certa l’uccisione di Doku Umarov, vero leader della rivolta, mentre un anno dopo al suo successore, Aliaskhab Kelekov, è toccata la stessa sorte.

Per Mosca la stabilità della Cecenia, con il suo milione e mezzo di abitanti, è determinante. I motivi sono diversi: da un lato ci sono le riserve di petrolio e il passaggio di gasdotti e oleodotti da proteggere, dall’altra la sua posizione geografica è strategica perché fa da cerniera tra la Russia e il Medio Oriente. Inoltre il Paese è a maggioranza musulmano (dottrina tradizionale) e per via del suo passato conosce bene come funzionano le infiltrazioni terroristiche di matrice islamista. Durante la guerra civile, di fronte alla linea morbida dell’ex presidente ceceno, Aslan Maschadov, i ribelli wahabiti di Bassaev e Kattabim agivano con operazioni suicide colpendo sia civili che militari della Federazione Russa. Agli inizi della seconda guerra dichiarata in Caucaso, Vladimir Putin, saldamente al comando dopo aver rimpiazzato Boris Eltsin, alleatosi con l’Islam tradizionale ceceno, e attraverso le forze speciali rispose con una repressione durissima e indiscriminata per fermare l’avanzata dei terroristi. Non a caso nella stessa intervista rilasciata la scorsa settimana Ramzan Kadyrov ha dichiarato: “Per partecipare ai combattimenti abbiamo bisogno della decisione del comandante in capo – aggiungendo – sappiamo come sconfiggerli perché gli abbiamo distrutti qui”. Nel frattempo il leader ceceno ha riconosciuto che la lotta contro la minaccia dell’Isis non deve essere limitata all’uso della forza, ma dovrebbe includere anche l’educazione verso i giovani al fine di insegnare che i gruppi estremisti strumentalizzano il Corano proponendo una falsa interpretazione. Una lettura che non è poi così lontana dalle parole del filosofo russo Alexander Dugin che di recente in visita a Milano ha risposto così alla domanda sulla lezione cecena e la risposta da dare all’Isis in Medio Oriente: “Bisogna distinguere l’Islam tradizionale ed euroasiatico da quello politico, wahabita e pro-americano. È nostro dovere allearci col primo per sconfiggere il secondo”.