Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Bashar Al Assad chiama, Vladimir Putin risponde. I raid russi su Talbisseh, cittadina vicina ad Homs, covo dei terroristi, non è piaciuta alle cancellerie occidentali che hanno accusato il Cremlino di colpire aree non controllate dall’Isis ma dai cosiddetti “ribelli moderati”. Ma ripercorriamo la storia recente della “rivolta” siriana per capire chi sono e se veramente esistono queste figure celebrate dal circo mediatico. Le proteste contro l’attuale presidente sono iniziate a Daraa, città a sud di Damasco, il 15 marzo 2011. In quell’occasione centinaia di persone scesero in piazza legittimamente contro la corruzione e un apparato di governo che durava da quarant’anni. Nulla di strano se pensiamo alle molteplici manifestazioni che si producono nelle città europee e che spesso vengono represse con la violenza. A Daraa invece scappò il morto, anzi i morti perché in una settimana se ne contavano già un centinaio.

Violenza gratuita? L’agenzia governativa siriana SANA affermava che tra i manifestanti si era infiltrata una “una gang di sobillatori armati” (che peraltro aveva dato fuoco alla sede del partito Baath) e le la polizia locale aveva risposto con la forza per ripristinare l’ordine. Il 19 aprile 2011 Bashar Al Assad lancia un messaggio chiaro: “gli islamisti e le forze coloniali straniere voglio destabilizzare il Paese”. Intanto l’insurrezione si è estesa in altre città siriane, in particolare nelle aeree rurali dove lo Stato è meno presente rispetto a quelle urbane. A giugno del 2011 la rivolta raggiunge Hama, roccaforte dei Fratelli Musulmani dove l’esercito era intervenuto duramente nel 1982; a luglio si allarga ad Homs, Dayr al-Zor fino a raggiungere la capitale siriana esattamente un anno dopo (quello sarà uno vero e proprio scontro armato chiamato dalla storiografia “la battaglia di Damasco”). Si contano ormai migliaia di vittime da una parte e dall’altra, eppure i media occidentali parlano di repressione del governo siriano di Bashar Al Assad (soltanto due anni e mezzo dopo l’inizio della crisi i media occidentali la definiranno “guerra civile”). Se in un primo momento ad infiltrarsi tra i manifestanti pacifici siriani (molti dei quali pagati per scendere in piazza!) erano stati gruppi terroristici (più tardi scopriremo che si chiameranno Jabhat Al Nusra e Isis), in un secondo, saranno le potenze straniere interessate alla caduta del governo a prendere in mano la situazione dall’esterno.

Le due formazioni più significative organizzate a tavolino fuori dai confini siriani sono state il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) che rappresenta la principale coalizione di gruppi di opposizione in esilio (a Washington, Ankara o Riad), e l’Esercito Siriano Libero (ESL) che sarebbe formato da disertori dell’esercito regolare e che si è costituito caso vuole a Istanbul il 29 luglio del 2011. Queste due strutture, entrambe appoggiate dall’Occidente e dalla “mezzaluna sunnita” (Turchia, Qatar e Arabia Saudita), rappresenterebbero di fatto i “ribelli moderati”. Oggi, nel 2015, non hanno nessuna legittimità democratica. Attualmente il CNS è presieduto da un certo Khaled Khoja, un uomo che ha sempre vissuto fuori dalla Siria, mentre molti di quei cosiddetti soldati disertori passati all’ESL (finanziato, armato e addestrato fin dall’inizio dalle potenze occidentali e sunnite anti-governative) sono confluiti negli altri gruppi terroristici dominanti come Al Nusra e Isis.

Questo è uno dei motivi per i quali durante il suo discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, Barack Obama ha condannato duramente Bashar Al Assad che gode di un vasto consenso popolare nelle zone controllate dall’esercito regolare, senza però specificare chi sarebbero gli interlocutori credibili in un eventuale dopo-Assad. Invece, ora che Mosca combatte realmente il terrorismo dopo anni di lassismo da parte delle cancellerie occidentali, gli Stati Uniti accusano di colpire i “ribelli moderati”, probabilmente gli stessi che collaborano da anni con gli americani e con l’Isis allo stesso tempo (sempre che lo Stato Islamico sia una struttura politica e militare autonoma come si è domandato Vladimir Putin durante il suo discorso all’Onu). L’espressione “ribelli moderati” quindi è diventata una lavatrice giornalistica per ripulire terroristi funzionali agli interessi occidentali. Perché se proprio dobbiamo parlare di “opposizione democratica” all’attuale governo siriano, questa esiste e siede al Parlamento di Damasco. Peccato però che quei partiti di opposizione al Baath si sono schierati dalla parte di Bashar Al Assad in una guerra contro lo Stato, che non è più civile ma internazionale.