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Nel 2013 con l’ingresso in Parlamento del Movimento 5 Stelle, l’Italia aveva in parte anticipato il sentimento diffuso anti-elitario, rappresentato dai cosiddetti partiti “populisti”, nel campo occidentale. Col trascorrere dei mesi e degli anni è venuto il turno degli altri conclusosi con la Brexit e il fenomeno Donald Trump negli Stati Uniti. Il voto sul referendum costituzionale indetto dal governo di Matteo Renzi arriva infatti in un momento storico sfavorevole alla legittimazione di qualsiasi status quo. Il premier ha capito questo meccanismo e cavalca la retorica del “cambiamento” contro chi “difende il passato” . Non è necessario entrare nel merito della riforma “pasticciona” che porterebbe il nome della Boschi (sic!), ampiamente affrontata sul nostro giornale e nella nostra rassegna stampa, piuttosto occorre elaborare un discorso politico ragionato che analizzi il contesto italiano e occidentale.

Entrando nel merito della riforma…

L’Italia è un Paese a sovranità limitata ed è necessario prendere in considerazione le pressioni estere. Prima di tutto c’è stato un endorsement di Barack Obama durante l’incontro con Matteo Renzi a New York, poi hanno seguito le principali testate britanniche a rincarare la dose. Tra queste The Economist ha puntualizzato sui rischi di una Costituzione che rafforzi il presidente del Consiglio: “lo spettro di Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e tenuto al potere dalle riforme di Renzi, è una possibilità che molti italiani e una gran parte dell’Europa giudicano allarmante”. Aggiungendo: “le dimissioni di Renzi potrebbero non essere la catastrofe temuta da molti in Europa. L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico ad interim, come ha fatto molte volte in passato. Se invece un referendum perduto scatenasse il collasso dell’euro, allora sarebbe un segnale che la moneta europea era così fragile che la sua distruzione era solo questione di tempo”. Non viene criticata la riforma per la violazione di alcuni principi “democratici” (Senato eletto dai consigli regionali, 150mila firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare, ecc.) ma per il fatto che il beneficiario possa essere un leader populista.

La combo mostra le copertine del Time dedicate a Mario Monti e Silvio Berlusconi (21 novembre 2011). Due volti, uno serissimo, l'altro ammiccante e sornione. E in mezzo appena 81 giorni. Il primo è quello del premier Mario Monti, che campeggia sulla copertina dell'ultima edizione del Time e incarna l'uomo che forse "può salvare l'Europa". Il secondo è quello di Silvio Berlusconi, scelto meno di tre mesi fa dal settimanale americano e definito "L'uomo che sta dietro l'economia più pericolosa al mondo". ANSA +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Mai fidarsi dei media angloamericani

Il punto è proprio questo. Qualora il “no” portasse alle dimissioni del governo si aprirebbe lo scenario di un nuovo governo tecnico poiché si farà di tutto per impedire nuove elezioni e di certo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non affiderebbe mai a Beppe Grillo la possibilità di formare una squadra. Ecco che per mero calcolo politico diventa auspicabile una vittoria del “no” con la speranza che Matteo Renzi rimanga al governo. Per quanto non eletto direttamente dagli italiani rimane esponente di un colore politico. E poi c’è un dato fondamentale: non esistono opposizioni in questo momento storico in grado di formare un governo indipendente. Berlusconi ha detto chiaramente che non vede leader intorno al premier Renzi, Matteo Salvini, in due anni di segreteria non è riuscito a formare un progetto nazionale, mentre il Movimento 5 Stelle non si è ancora trasformato in quel partito elitario gerarchico e radicato nelle idee, come avevamo suggerito sulle nostre colonne fin dal primo momento. La maggioranza fa schifo, ma l’opposizione non è ancora pronta. Ora occorre evitare due scenari: l’approvazione della nuova costituzione e un governo tecnico come nel 2011.