Sul Foglio di oggi è stato pubblicato un interessante articolo firmato da Mauro Zanon e intitolato “Quel che ci dice Philippot, l’uomo che fa infuriare papà Le Pen come nessuno”. Il racconto, incorniciato da un’intervista esclusiva al numero 2 del Front National, svela lucidamente tutti i retroscena delle recenti dispute che hanno spaccato i sovranisti francesi. In molti credevano che si trattasse di un affaire famigliare, si è parlato persino di “parricidio”, ma in realtà l’esclusione di “JeanMa”, fondatore e presidente d’onore del FN, non ha origine a Saint Cloud, casa dei Le Pen. Zanon ripercorre così la storia di Florian Philippot, vice di Marine e vero stratega del nuovo Front National, partendo dal tête-à-têteorganizzato da Paul-Marie Coûteaux, socialista convertito al gollismo, già allora guru dei sovranisti di destra come di sinistra. Fu lui a presentare l’enarca (è il primo quadro del FN uscito dalla benpensante ENA, la grande école per eccellenza che sforna i politici e i presidenti del Paese) a Marine. L’obiettivo era quello di istituzionalizzare un partito che per decenni veniva considerato underground e infrequentabile dall’elite televisivo-giornalistica e cultural-mondana. Proprio con Philippot è iniziato quel percorso di dédiabolisation (“de-demonizzazione”, dopo quarant’anni di demonizzazione dell’immaginario) che ha portato il Front National a diventare il primo partito di Francia alle elezioni europee di maggio del 2014 con il 25 per cento dei consensi.

Intelligenza politica, savoir faire, presentabilità, doti comunicative lo hanno accompagnato velocemente a ricoprire le vesti da consigliere politico di Marine Le Pen. Con buona irritazione della vecchia guardia. In pochi anni è riuscito così a dare una svolta ideologica al “lepenismo” grazie al suo retroterra da gollista di sinistra (Philippot proviene dalle fila dell’ex candidato alle presidenziali Jean-Pierre Chevènement). Se prima il programma elettorale si articolava su anti-immigrazionismo, securitarismo e identitarismo, con “Philippe 1er” (così lo chiamano i suoi detrattori) il Front National è diventato un partito che parla di economia proponendo il ritorno al Franco, critica la globalizzazione, si oppone alla politica estera guerrafondaia statunitense, intavola nuove relazione sul piano europeo ed internazionale, raccoglie il consenso del voto operaio che storicamente è stato il corpo elettorale del Partito Comunista Francese.

Tutto perfetto se non per i pettegolezzi del Canard Enchaîné riportati da Zanon nell’articolo. Pare che sia stato Philippot, durante un tesissimo faccia a faccia al Carré, quartier generale del FN, ad aver messo spalle al muro Marine, minacciando di andarsene se la parentesi del padre non veniva archiviata una volta per tutte: “O lo cacci, o la tua presidenziale va a farsi fottere, e io me ne vado”. La sera stessa, Marine si presentò al telegiornale di TF1, “la messa laica del francese medio” scrive Zanon, e scomunicò l’uomo per cui stravedeva: “Jean-Marie Le Pen non deve più parlare a nome del Front”. Chi se lo sarebbe mai aspettato? E pensare che quando era ragazzina e i suoi divorziarono, fu l’unica delle tre figlie a voler rimanere col padre. Le altre due se ne andarono da Saint Cloud con la madre.

Così, come la verità di questa scomunica, anche la ragione è nel mezzo. Qualche mese fa era uscita una notizia che svelava le prime fratture tra i due. Si diceva che nelle mura di Saint Cloud il cane di Jean Marie avesse sbranato il gatto di Marine. Dopo il misfatto pare che lei si fosse trasferita altrove col compagno Luois Alliot, anche lui dirigente del FN, anche lui orientato sulla linea Philippot. Aldilà della veridicità dell’episodio le figure del cane e del gatto dicono tutto sui loro rispettivi padroni. Jean Marie Le Pen è un punker, un anarchico, un provocatore, poco adatto ad un sistema democratico dove contano pubbliche relazioni, compromessi e strette di mano. Le sue sfuriate, i suoi toni politicamente scorretti, i suoi dérapage televisivi non coincidono con il bon ton democratico. In fondo a lui non sono mai interessate le elezioni, tantomeno l’Eliseo, che tradotto in termini poltici significa: prendere il potere. Negli anni Ottanta François Mitterrand lo comprese prima di tutti e strumentalizzò la sua figura per spaccare la destra e farsi rieleggere nel 1988. Fu lui, nelle vesti di presidente della Repubblica, a farlo invitare al più grande Talk Show del Paese quando il Front National stava al 5% (dopo quella puntata sfiorò il 15%). Fu sempre lui che introdusse un sistema elettorale maggioritario facendo entrare i primi parlamentari lepenisti nell’Assemblée Nationale. La figlia Marine Le Pen invece ha scelto il sentiero inverso. Prendere l’Eliseo significa giocare la partita con le regole del sistema che si vuole combattere. Nuovo linguaggio, marketing politico, rinnegamenti e compromessi. Démocratie oblige. Vive l’anarchie.