Per l’Occidente non tutti i combattenti per la libertà sono uguali. Alcuni valgono molto più di altri. Prendiamo come esempio i curdi e la loro eroica resistenza a Kobane, la città siriana che sorge vicina al confine con la Turchia, che ha visto nel 2014 le milizie del PYD respingere l’assedio di Daesh. Quante pagine sono state scritte sulla “Stalingrado del Vicino Oriente”? Quanti documentari sono stati trasmessi? Quanto inchiostro è stato versato per raccontare le incredibili gesta dei peshmerga e delle soldatesse del Rojava? Il motivo è il seguente: i curdi a differenza di altri hanno avuto la fortuna di attirare le simpatie di tutto il mondo fin dalle prime comparsate televisive. Un popolo musulmano a modo suo, non arabo e senza Stato, discriminato, illuso, tradito per decenni, che ancora oggi non vede materializzarsi il suo “confederalismo democratico” tanto caro ai progressisti occidentali. Un sistema di autogoverno alternativo agli Stati-nazione tradizionali nato sulle dottrina marxista-leninista poi evolutosi in un socialismo-libertario basato sull’economia solidale e antitetico alle società patriarcali esistenti in Medio Oriente. La donna è madre e combattente allo stesso tempo. Ma soprattuto non indossa il velo.

L’intelligenza delle autorità curde è stata quella di riuscire ad internazionalizzare la propria causa (in passato grazie alla lotta contro Saddam Hussein oggi contro Daesh, sempre con il sostegno militare americano), distribuirla in mondovisione ed espanderla nell’immaginario dei giovani occidentali attraverso un comunicazione capillare via social (Twitter, Facebook e Instagram). Così col passare degli anni questo popolo diviso tra Siria, Turchia, Armenia, Iraq e Iran è riuscito a diventare un’icona pop per una parte del Vecchio Continente in un’epoca dove la rigorosa dottrina marxista lasciava il posto ad una visione del mondo liberal e progressista. Per molti giovani europei partire per il “Kurdistan” è persino divenuta una tappa fondamentale così come lo era il Kibbutz israeliano negli anni Cinquanta e Sessanta. Sono molti infatti gli stranieri che hanno preso parte alla resistenza di Kobane e che ancora oggi si arruolano tra le fila del PYD o del PKK per l’autodeterminazione di questo popolo.

Tutto questo è sacrosanto e nobile, ma i curdi non sono gli unici a combattere armi in pugno ilCaliffato. Da cinque anni a fare il lavoro sporco, tra il silenzio e la demonizzazione mediatica, c’è anche l’esercito siriano supportato dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah. L’ultimo successo è arrivato da Palmira, la città romana dell’imperatrice Zenobia. In passato era uno dei centri culturali più importanti del mondo antico, luogo di transito delle carovane che attraversavano l’arido deserto lungo la Via della Seta, poi col tempo è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio mondiale dell’Umanità. Prima dell’inizio della crisi in Siria, nel 2011, veniva visitata da oltre 150mila turisti all’anno, che accorrevano per vedere le oltre mille colonne, il tempio di Bel, le statue e la necropoli di 500 tombe. Quando Daesh l’aveva occupata nel maggio scorso l’intero circo mediatico aveva gridato allo scandalo, ma ora che è stata riconquistata dal governo di Assad nessuno esulta più. Anche il giornalista dell’Independent Robert Fisk ha commentato con sarcasmo il silenzio dei leader occidentali, di fronte a una delle maggiori sconfitte, al pari di Kobane, del Califfato. Gli unici a sorridere sono stati gli stessi soldati che con un “selfie” pubblicato in modo grossolano – senza filtri e senza hashtag – sui loro rispettivi profili hanno dato per primi la notizia della presa di Palmira. Come i curdi, anche loro, hanno sconfitto il Califfato ma pochi hanno rilanciato  l’istantanea della vittoria. Alcuni addirittura hanno fatto di tutto per minimizzare la portata storica dell’evento. La loro unica colpa è quella di essere siriani dunque molto poco pop. Ma in fondo che interessa ad un buon musulmano?  La vera gloria è in paradiso mica sulle copertine occidentali. 

Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale