Ai Cuochini, una tradizionale rosticceria di Palermo nascosta dentro un edificio, riparata dalle invasioni turistiche. “Signora mi dia un pezzo per favore, vengo da Milano, sono giorni che aspetto questo momento!” esclama affaticato un signorotto con l’accento siciliano. “Timballo? Arancina? Panzerotto?” domanda la giovane donna. “Me li dia tutti e tre”, risponde lui. Nemmeno il tempo di uscire dal piccolo locale che già aveva finito di mangiare tutto. Fuori c’è una fiumana che si dirige a piedi verso Teatro Massimo. I giovani palermitani non sono così diversi dagli zarri milanesi o dai coatti romani. Anche la volgarità ha perso il suo fascino primitivo. A distinguersi dalla massa uniforme sono un gruppo di signorotti locali che hanno superato i sessanta. Persone modeste con un’eleganza sopraffina e un baffetto tagliato come il barbiere comanda. Più avanti, fuori da un vecchio cinema, anche le signore esibiscono abiti colorati e capelli raccolti da un fiocchetto. Sono le ultime tracce di un mondo che sta per finire. È il retaggio culturale della Corona borbonica a custodire determinati valori pre-moderni in seno all’alta e media borghesia.

“Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia” (Federico II di Svevia).

Il percorso arabo-normanno che va da palazzo Reale fino a “La Martorana” passando dalla cappella Palatina, la chiesa di San Cataldo e la cattedrale dove è sepolto Federico II di Svevia, col capo orientato verso la Mecca, è un incanto. E’ nell’architettura che si incontrano il mondo musulmano e quello cattolico: la pianta basilicale è a croce latina o greca, all’esterno le cupole guardano torri che sembrano minareti, decorate da mosaici bizantini o da ornamenti arabeggianti. Le insegne delle vie che portano ai mercati di Ballarò e di Vucciria, sono tradotte in arabo. Pare di stare in un suk mediorientale, il richiamo in siciliano stretto dei commercianti non è così diverso da quello ascoltato tante volte dall’altra parte del Mediterraneo. Alcuni scorci palermitani sono gli stessi di Casablanca, Beirut o Damasco. Come il colore della sabbia che avvolge la pietra degli edifici quando il sole inizia a calare.

“La sicilianità è molto semplicemente il prodotto di 13 o 14 dominazioni diverse che si sono susseguite in Sicilia. È il senso dell’isola. I siciliani di queste 13 dominazioni hanno preso il meglio e il peggio. Quindi si sono creati un carattere prismatico, cioè assolutamente contraddittorio. Tra persona e persona, tra siciliano e siciliano” (Andrea Camilleri).

Così anche nei quartieri popolari di Palermo si è catapultati indietro nel tempo. Un’istantanea raccoglie elementi imprescindibili di un’Italia che non c’è più. Un vecchio fornaio sullo sfondo, sopra ci sono ancora i panni appesi alla finestra. Nella piazza c’una statua di padre Padre Pio, una Fiat Uno parcheggiata sul marciapiede e accanto una combriccola di gentiluomini palermitani che giocano a carte sul tavolo della Peroni. Oppure su un bancone del pesce, come alcuni pescatori di Mondello. La libertà è farsi un bagno nel mese di ottobre. Vivere su un’isola, circondati dal mare e accarezzati dal buon clima, significa armonia dei sensi. La Sicilia ha solo un “difetto”: essere universale. 

“I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

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Street food? No! rosticcerie a pezzi!

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La Martorana

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Partitella a carte tra pescatori di Mondello

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Padre Pio in Medio Oriente

 

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Moschea di Palermo

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Insegne poliglotta

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Suk palermitano